Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

27 settembre 2018

La Ricerca

Cerco di svegliarmi presto la mattina, verso le cinque e mezza. Quelle prime ore, che s’interrompono alle nove quando esco da casa per andare a lavoro, seguono un ordine prestabilito, un palinsesto cui mi attengo, essendone il creatore e l’esecutore. La scaletta è la seguente: ginnastica, colazione, meditazione, scrittura e riflessione. Cerco di mantenere teso un filo, legato attorno alle abitudini che voglio rinsaldare.

L’altro giorno stavo facendo colazione davanti alla vetrata del salotto. Il sole stava cominciando a stendersi sulle case, i palazzi, gli alberi e i giardini condominiali. Mi alzai per mettere nel lavello la tazza vuota, e per un geometrico gioco di specchi, immagino, perché il sole non tocca le mura esterne del mio appartamento, i miei occhi furono colpiti per una frazione di secondo da un raggio rimbalzato da chissà quale finestra.

In alcune leggende popolari, ogni ora della nostra vita, appena morta, s’incarna e si cela in qualche oggetto materiale.

Così ricorda Proust, l’unico scrittore al mondo che abbia provato a trasformare il tempo in archeologia letteraria.

L’altro giorno, l’oggetto in cui erano intrappolati un ricordo e la sensazione emotiva legata a esso ha preso le sembianze di quel raggio. In quel momento si è sprigionato in me il ricordo di un cielo terso e abbacinante e un sole pieno e imponente; era il sole della California, dove, tuttavia, non sono mai stato. Ho impiegato alcuni attimi per capire che la gioia riesumata di quella luce e di quel luogo apparteneva a un ragazzino di 12 anni, seduto sul divano, mentre guardava in continuazione, grazie a una cassetta VHS e un registratore grande quanto un forno a legna, il film d’azione Point Break. Lo avete mai visto? I rapinatori surfisti di Los Angeles, il giovane infiltrato dell’FBI Johnny Utah, la sua crescente ammirazione per Bodhi, il capo della banda, un perfetto Patrick Swayze, e il loro inevitabile scontro alla fine della pellicola su una spiaggia australiana durante la tempesta del cinquantennio. Una trama appassionante, accompagnata dalle immagini dell’Oceano Pacifico alla ricerca dell’onda perfetta, dalle spiagge e dai falò notturni, dai lanci con il paracadute per estasiarsi di adrenalina e dall’onnipresenza del sole estivo californiano, l’imperatore, la divinità, il sol invictus. Per quanto possa sembrare impoetico il ricordo che quel raggio ha fatto emergere – un film hollywoodiano degli anni ‘90 -, lo stimolo all’avventura, la partecipazione al dramma e l’invidiabile senso di spensieratezza di un ragazzino imberbe sono stati d’animo intensi, vicini all’epica e alla poesia.

La resurrezione, come tutte le resurrezioni, è dovuta a un semplice caso.

Se io non mi fossi alzato in piedi per riporre la tazza nel lavello e qualche dirimpettaio non avesse chiuso o aperto la finestra, non avrei avuto modo di riassaporare in me quello che provavo in quegli interminabili pomeriggi sul divano. Gli oggetti di cui parla Proust, questi sì rivestiti di un potere talismanico, sono sparsi ovunque e in luoghi designati, sono una speciale infrazione al codice del presente, e come l’acqua sono un semplice e arcano mezzo di conduzione.

Se vivessimo il diluirsi del tempo senza parcellizzarlo, come se fosse lo specchio di un lago e non la corrente di un fiume, e se la nostra ricerca di un senso fosse meno museale e più affine, invece, a un’analogia immediata, che leghi alla forma la sua sostanza, chissà quanti di questi oggetti animati da ricordo ed emozioni ci farebbero rivivere il frammento di un passato che custodiscono. Non sempre rimuoviamo i traumi, ma spesso anche la gioia, l’estasi, e i momenti di assoluto conforto con la vita che si svolge attorno a noi e quella che germoglia nel nostro intimo. La nostra natura recide il troppo, e non fa distinzione tra poli opposti.

È successo che alcuni di questi incontri risvegliassero in me il ricordo di sogni passati. Non sto parlando della notte precedente o di quella prima, quando, sempre per puro caso – una parola, un pensiero, un colore – il giorno seguente ci torna alla memoria ciò che abbiamo lasciato affondare nel sonno e di cui non ricordiamo più nulla al nostro risveglio; nell’incontro con l’oggetto, con quel meccanismo temporale, riemergono sogni fatti mesi prima, addirittura anni, sebbene non collocabili con esattezza. Mi è capitato sull’autobus, una settimana fa, nell’esatto momento in cui si è fermato di fianco a un cartellone pubblicitario, al semaforo. Ed ecco che il ricordo di un edificio altissimo, che sprigionava un’ombra obliqua sul terreno, mi occupò la vista. Io sapevo di doverci entrare, e che la trama interna alle sue mura sarebbe stata simile a quella nascosta all’interno del mio corpo. Provai la stessa sensazione d’inquietudine, di fascinazione e di senso del dovere, grazie a una circostanza fortuita e a cartellone pubblicitario, dove una bella ragazza promuoveva corsi di lingua per stranieri a una sola fermata dall’ufficio.

Il nostro cervello immagazzina sia i ricordi reali (o quelli fittizi), sia i sogni che facciamo durante la fase REM. Immaginate solo per un istante se i primi fossero scalzati completamente dai secondi, dove i ricordi combacerebbero con le nostre produzioni oniriche. Ogni rimando al passato sarebbe una deviazione dell’inconscio. Ricordo e realtà non coinciderebbero mai, neppure per approssimazione; la mano sul fuoco continua a bruciare, mentre il nostro cervello ci assicura che afferrandolo acquisteremo il potere di Vulcano: lo abbiamo sognato la notte prima. Se fossimo fatti così, potremmo descriverla come una schizofrenia fisiologicamente sana; dovremmo però ignorare i sinistri risvolti di questa chimera: la storia sarebbe un guazzabuglio di visioni, il breve resoconto di una mitologia dell’estinzione.

I cinici assicurano che sia già così.

Ma è il continuo e genuino stupore nello scoprire come siamo fatti che trasforma l’incontro con gli oggetti in una domanda e un’affermazione. La seconda è che noi, senza rendercene conto, siamo i custodi di un tutt’uno che persiste più di quanto immaginiamo; mentre la prima, come conseguenza, è chiedersi cosa questo significhi veramente.

Quali sono i vostri oggetti? Le chiavi di un tempo e di sogni passati? Vi siete mai imbattuti in uno di essi? Non succede spesso, quasi mai, e bisognerebbe tenerne traccia.

Il corpo intriso di elettricità e di sostanze chimiche e la coscienza, con il suo potere di attenzione e produzione, sedimentano come strati geologici: nulla scompare ma ogni cosa viene ricoperta. Non c’è analogia con la terra più forte di questa.

6 aprile 2018

L’età dell’oro

 

Che cos’è l’età?

È la somma delle rivoluzioni terrestri attorno al sole, che come i gettoni di un abaco segna l’aritmetica del tempo trascorso.

Se vivessimo molto più a lungo, misurare la lunghezza delle nostre vite con le ellittiche della Terra attorno al Sole sarebbe inutile, come se scomodassimo gli anni per indicare l’età di un moscerino.

Se mai arrivassimo alla soglia dell’immortalità, sarebbe meglio avere un’unità di misura diversa, come il moto del sistema solare attorno al centro della Via Lattea: più di 200 milioni di anni per completare un  ciclo intero. La nostra adolescenza si accompagnerebbe con lo spegnersi e l’accendersi delle stelle. Mi chiedo se l’espressione “un giorno capirai” avrebbe ancora lo stesso significato?

L’età indica un periodo storico, descritto con il minerale o la lega che lo ha forgiato: dalla pietra al bronzo, dal rame al ferro; l’età appartiene al mito, a quella leggenda aurea che precede le altre di natura più gretta, l’antichissima età dell’oro, così simile a quel frammento emotivo di cui non ricordiamo quasi nulla e che difendiamo chiamandolo “età dell’innocenza”, per separarla nettamente dalla snervante età adulta.

La Storia ha un’età. E la nostra collettiva condizione psicologica, la nostra comune nostalgia anche.

Secondo voi è più semplice scoprire chi ha maturato l’età della ragione o chi ha raggiunto la maggiore età? I due stati possono coesistere, non coesistere, o non esserci affatto.

Quando il nostro compleanno succede, e fino a una certa soglia sei un anno più grande e dopo quella soglia un anno più vecchio.

Ogni volta che non si deve chiedere l’età a una signora, perché la bellezza sfiorisce col tempo, ed è come se le chiedessi di valutare con sincerità l’immagine del suo corpo. Domanda indelicata, che ha bisogno di persone delicate per poterla fare.

Quando a vent’anni ti eri ripromesso che saresti diventato ricco, o usando un cipiglio aristocratico saresti diventato “facoltoso”, un qualcuno per gli altri, un qualcuno per te stesso, ma non è finita così. E siccome hai interpretato la vita come un gioco a somma zero, ti chiedi chi abbia controbilanciato la tua perdita con una vittoria.

Un mio amico non si è presentato alla sua stessa festa di compleanno. Si era ripromesso ben altro raggiunta una certa età. Non c’era nulla da festeggiare; e darsi alla macchia quando la tavola era già imbandita e gli invitati presenti è stata una delle assenze più meste cui abbia mai assistito. Ci si può sentire spacciati a trent’anni, e trovarlo tanto doloroso quanto normale. 

L’età come una limitata serie di traguardi. Che se non raggiunti gettano sulla proverbiale candelina in più sulla torta, sulla notifica del profilo che oggi-tocca proprio-a-te, quel colore incolore chiamato frustrazione.

Forse parte del declino della nostra cultura è il rapporto che abbiamo con il grande Moloch, la nostra età individuale, l’età collettiva di una parte di mondo. Sia ben chiaro che quasi nulla, nell’odierna cultura imperante della castrazione e della fuga, ci aiuta a sconfiggere il gigante o a farcelo amico. Nella nostra modesta dimensione nazionale, dopo l’età di apprendistato, e superati quindi i limiti di età, la ricerca di un lavoro singhiozza, si fa tortuosa, ci si arrischia tra larghe buche disseminate su strade in forte pendenza. Non è facile neppure per i più giovani. E per chi studia, basta laurearsi prima dei ventotto anni, se no si entra di dovere nell’età degli sfigati, o almeno così ha sentenziato un ex rappresentante delle istituzioni.

Questi sono solo esempi, più affini al nostro presente storico, che potremmo fare sulla difficoltà di avere un rapporto più sano con un altro giro di boa.

Come sbarazzarci di questa intimità insalubre con i nostri anni, allora? Quale patto di non belligeranza bisogna firmare al tavolo con la nostra età?

Iniziamo dalla più basilare constatazione astronomica.

Cosa ci può suggerire il moto di rivoluzione terrestre? È simile ad alcuni giochi di società, dove bisogna girare e passare dal via più volte. Il punto di partenza non è quindi un nascere, e neppure uno snervante ripetersi, ma è un lento riformarsi: è un’entrata in, preziosa in qualsiasi criterio astronomico o nelle formule energetiche dell’astrologia. Non si esce mai del tutto, eppure nuovamente si entra; così nelle caselle del Monopoli, così nella propria casa, così di anno in anno, in quel legame possibile di nuove aspettative che ha culla in una parola facile, logora e lasciata spesso a languire: inizio.

In una delle ultime interviste rilasciate da Carl Gustav Jung, il padre della psicologia del profondo spiega come l’inconscio non consideri affatto la morte, comportandosi come se la vita dovesse continuare. Jung si rese conto che se gli anziani guardavano al giorno seguente con attesa, e anche a quello dopo, come se avessero ancora secoli davanti a sé, reagendo così davanti alla fine come fa l’inconscio, vivevano più a lungo e più serenamente. Jung sostiene che questo è il modo giusto di vivere, perché si segue la parte più profonda della nostra natura, e quindi in conformità con essa, non inconsciamente, ma facendo propri i suoi orizzonti, che in parte non sono confinati nello spazio e nel tempo. Questo modo di esistere non nega la morte – non è un suo affronto bensì un confrontarsi con l’infinito – ma protegge la vita dalla sua pietrificazione.

Come spesso accade, cambiare il tutto si compendia nel cambiare il proprio sguardo. Il rapporto con la nostra età non fa eccezione.  Benché ci siano dei limiti che le regole impongono e che noi stessi ci siamo auto inflitti con il nostro fare concreto che atrofizza il reale, riscoprire in un altro anno che passa il moto di un pianeta intriso d’acqua e di terre emerse che alla velocità di 108mila chilometri orari, dopo 365 giorni, ritorna al suo punto di partenza, ed entra in una nuova fase attorno alla stella che lo riscalda, spero che vi possa dare una prospettiva diversa. E se a volte pensiamo che sia un ripetersi inutile o tedioso, un moto perenne e immutabile – quasi un’ingiustizia – ricordiamoci che è uno dei tasselli necessari che permette il perpetuarsi della vita. 

25 febbraio 2018

Il Contro-Loop

 

Loop: ‹lùup› s. ingl. (propr. «cappio»), usato in ital. al masch. – Nel linguaggio scientifico e tecnico, termine con cui si designano oggetti, strutture, programmi schematizzabili come linee chiuse o anelli; in elettrotecnica, l. di corrente, lo stesso che circuito chiuso. In informatica, successione di operazioni che vengono eseguite ripetutamente dal calcolatore nello stesso ordine, ogni volta con modifiche degli operandi, finché non sia soddisfatta qualche condizione prefissata.

L’altra sera ho parlato con un amico che si asterrà dal votare alle prossime elezioni del 4 marzo. A suo avviso, l’astensione è un inequivocabile segno di rottura e quindi un ficcante voto politico. Ormai da anni, lui non è più un uomo solo che grida nel deserto, ma una moltitudine che non si sente rappresentata, e spesso rimane in silenzio, al di fuori di quella cabina elettorale che ha assunto la forma di un feretro, di una cassa vuota.

Il voto attivo o di astensione è un diritto all’interno di alcune regole; la regina, tra queste, è che nelle elezioni politiche non serve raggiungere alcun quorum per convalidarne il risultato. Qualcuno vincerà e qualcuno perderà, anche se andremo a votare io, mia moglie e i condomini della palazzina a tre piani in cui vivo. Astenersi dal voto non ha un effetto tangibile, se non velocizzare la spoliazione delle schede, le immancabili discussioni nei salotti televisivi, gli editoriali sui giornali ecc… ecc…
Che fare, dunque?
Qui entrano in gioco proposte e speculazioni. Se i cittadini italiani non votano più, se la sinistra e la destra sono uguali, se alla fine rubano tutti, se intanto a che serve, se non m’interessa, se io sono un anarchico individualista, se la democrazia è come il capitalismo: entrerà in crisi per poi collassare sotto la sua stessa struttura, è facile intuire come la disaffezione alla politica non sia data da una bruciante consapevolezza maturata nel corso degli ultimi vent’anni, ma dall’incessante ripetersi di un loop.
La logica conseguenza, quindi, sarebbe di inserire un contro loop nel sistema. Fenomeni come il Movimento 5 Stelle ne sono una variazione. Un groviglio di forze attive che spingono alcuni (soprattutto i giovani) a tornare al voto, sebbene l’astensione sia ancora troppo alta.
Dunque, che fare?
Solo alcuni spunti:
1) Potrebbe essere il quorum, con i piccoli paradossi e i problemi connessi a questa formula. Gli astensionisti potrebbero invalidare il voto perché non si è raggiunta la soglia minima richiesta per renderlo effettivo. Ma in questo caso, sebbene il risultato cambi rispetto al sistema elettivo in uso, la forza degli astensionisti sarebbe sì dirompente ma ancora passiva.
2) Alcuni consigliano d’inserire una casella all’interno della scheda elettorale, dove vi sia scritto: NESSUNO DEI PARTITI PRESENTI. Qui il dissenso muta in un’energia più attiva. Un’energia che si scomoda, si alza, va all’interno di una cabina e dice la sua. Chi propone questa seconda via, non le consegna alcun effetto concreto sulla validità del voto. C’è sempre qualcuno che vince, e qualcuno che va all’opposizione. Barrando quella casella, a fine scrutinio, sapremmo chi ha smesso di votare per contrasto e disgusto, e chi per semplice disinteresse.
3) E se invece si formasse un partito degli astenuti? Viene già chiamato così da più parti. Una forza politica di un tale peso, che potrebbe innescare un contro loop nel sistema politico, perché come unico punto di programma avrebbe il seguente: Se vinciamo, torniamo alle elezioni. Sarebbe una forza pienamente attiva, con voce certificata in capitolo. Un forza politica con i suoi rappresentanti.
Si potrebbe obiettare che i costi per imbastire le votazioni, l’instabilità che porterebbe i mercati a non investire in Italia, le apprensioni di Bruxelles, e le mille ragioni razionali (ma solo per il sistema che le perpetua) siano punti validi da non prendere sotto gamba. Vero.
Ma fanno parte del loop, lo rinvigoriscono: sono utili allo status quo.

In una catena ininterrotta di elezioni sfumate, quali potrebbero essere le conseguenze? Il rasoio di Occam suggerisce la costrizione di nuovo governo tecnico o che i partiti, dovendo ritornare alla ribalta per sfoltire il numero degli astenuti, prometterebbero a ogni tornata una riduzione aggiuntiva delle tasse e manciate di nuovi benefici. Nulla di nuovo sotto le luci elettriche nell’emiciclo parlamentare. Da Christie’s, verrebbe allestita un’asta dove i quadri da vendere si chiamerebbero Fabio o Milena, pezzi pregiati di politico-indifferenti o politico-repellenti da riacquistare. Molti degli astenuti, sfiniti dalle continue tornate elettorali, cambierebbero casacca e voterebbero per arrestare il contro-loop da loro stessi creato. O potrebbe succedere che ormai, accompagnato da un numero sempre più crescente di iscritti e votanti ormai assuefatti, il contro-loop crei una maggiore disarmonia; il partito s’ingrandirebbe a dismisura, sfiorando cifre mai viste nella storia repubblicana.
E arrivati a quel punto?
I vecchi partiti, divenuti ancora più piccoli e goffi, chiederanno al Mostro di sedersi attorno a un tavolo. In quell’occasione, cosa potrebbbe succedere? Il buon senso consiglia che il partito degli astenuti, dopo aver stremato la democrazia parlamentare, abbia delle idee da illustrare agli avversari. O alla presunta pericolosità di mandare a monte la vita sociale di un paese, senza proporre o chiedere nulla, le altre forze in campo inizieranno a chiedere: che cosa volete da noi?

Se la politica è l’espressione di un interesse comune e se gli astenuti esprimono ritrosia o indifferenza per come questo coinvolgimento viene rappresentato, l’unica risposta è un nuova rappresentazione. E per quanto possa sembrare anacronistico l’assunto che non esiste una vera rappresentazione politica che non si nutra del futuro, un futuro che s’incendi con una Visione, che se condivisa dalla moltitudine non può fare altro che diventare un presente collettivo, è tornato il momento di sentirsene di nuovo attratti. Ogni spinta e creazione parte dalla consapevolezza del domani. Gli astenuti sembra che smettano di chiedere futuro alla comunità con il loro mutismo elettorale. Ma è veramente così? Di rado. Anche i più disillusi hanno bisogno di re-illudersi.

In ogni regime dittatoriale, il voto è una farsa, si sa. Bisogna mandare il messaggio di appoggiare il ras, ma la mano che guida la matita sulla scheda non appartiene a una libera e ragionata posizione: quella mano quindi non appartiene a un vero votante.
Il nuovo fascismo di oggi non è tanto la formazione di sacche di estrema destra sempre più folte, ma la pericolosa collisione che si cela dietro l’astensionismo. Se nei regimi, il non votante che vota lo fa spesso per paura di ritorsioni; nelle odierne democrazie occidentali, il non votante che non vota lo fa per disinteresse o voltastomaco. Questi due apparenti opposti sono simmetrici. Vi è solo una differenza: una dittatura può perpetuarsi, e preparare il terreno per la propria disfatta; una democrazia rappresentativa di non votanti può perpetuare la bugia che sia un regime indispensabile, e preparare il terreno per una nuova dittatura.

P.s.: Il partito degli astenuti votato dagli astenuti stessi è una contraddizione in termini, simile a un cervello che lavora quando il corpo riposa. Ma il nostro organo regio funziona così. Durante il sonno, il nostro cervello screma il sovrappiù, pulisce, riaggiusta, senza che ce ne accorgiamo. Gli astenuti dovrebbero incarnare questa funzionalità. Il loro lavorio dovrebbe formattare il troppo, l’inutile, il dannoso, in un sistema politico sazio e dormiente, che non se ne sta accorgendo. Tuttavia, perché gli effetti non solo siano visibili ma concreti, gli astenuti dovrebbero anche far spalancare gli occhi a quel corpo statico, perché si alzi, e scorga fuori dalla finestra le occasioni perse, e poco più in là, la distesa di tutte quelle ancora da cogliere.

17 maggio 2017

Non è una modella

“Non è una modella, però con lei sto bene”, questa è la versione classica: del maschio che mette le mani avanti. È un’espressione ancora in uso, sebbene il suo corrispettivo odierno, se non in linea con lo stile dell’amor cortese, è quantomeno più democratico: “Non è una strafiga ma mi piace”. Perché infatti limitarsi a Naomi Campbell o ad Adriana Lima? Possiamo imbatterci in una presunta modella senza dover sfogliare per forza l’ultimo numero di Vogue.

Spesso facciamo tenerezza, noi maschietti. Sottolineare che la ragazza con cui stiamo uscendo non è simile alla Pallade Atena, per poi introdurre una frase avversativa che comunque ne giustifichi la presenza al nostro fianco, è come dire che il Big Mac non è la sintesi di un pasto salutare, ma è comunque saporito. Affianchiamo a un’imperfezione la sua controparte, e cerchiamo la riparazione agli occhi di altri dannati all’insicurezza.

Di seguito, brevi variazioni sul tema:

1) “Non è una modella e le puzza anche il fiato”. Una domanda ragionevole (anche se una fragorosa risata sarebbe l’unica risposta logica) è la seguente: “Perché ci stai uscendo, allora?” In questo intimo tête-à-tête tra due amici, l’uomo che ha ricevuto la domanda sarà grande quanto grande sarà la sua risposta. Che lascio come un fill in the blanks _________, perché adesso non me ne viene una più caustica della seguente: “La natura è a suo modo meravigliosa, ma non sempre ha un buon odore”.

2) “È una dea; ha il mio stesso senso dell’umorismo; mi guarda come se valessi il prezzo del biglietto; e ha le mie stesse passioni… anche sotto le coperte”. Ora, la reazione più comune (anche se una scrosciante risata sarebbe l’unica di valore) è il servizietto infido del “sono contento per te”, o del popolano “che culo che hai”: dipende dalla schiettezza dell’interlocutore.

3) “Per me è bella (di solito chi lo dice alza di un sottotono la propria voce), e stiamo bene insieme”. Questa forma garbata può convincere gli ingenui, ma negli intenti è uguale alla frase: “Non è una modella, ma….”

Poi, un giorno – sebbene sia già successo un trilione di volte – senti pronunciare una di queste espressioni assolutorie – perché è pur sempre di venia che stiamo parlando – dalla bocca di un tuo amico, e ti accorgi che non la interpreti più come una frase fatta. La sua voce stona. Il suo volto quando la pronuncia stona. Nel suo complesso è un motivetto fastidioso.
C’era veramente bisogno di dirlo?
Quando la senti poi da una voce in tutto simile alla tua – dopo averla slegata dalle corde vocali, riavvolgendo il nastro, per farla girare come un loop nella tua mente – le dai un peso diverso; anzi, le dai peso: ecco la diversità. Ti giustifichi a priori per l’aspetto fisico di una donna che stai frequentando; magari siete andati a letto assieme, e soprattutto, avete portato la vostra intimità a uno stadio successivo: avete iniziato a raccontarvi l’un l’altra.

Una storia comune a molti può nascere da questa frase.
Uno di quegli amici pedanti, che prima di chiedervi come vi siete conosciuti, se state bene, se avete già fatto cose, pretende di vederla in foto. Una volta ti chiedevano “com’è?”, e tu dovevi sforzarti un minimo: esagerare, nascondere – fisico, volto, particolari piccanti. Esercizio che poteva stimolare la tua capacità di espressione. Ora è molto più difficile. Quindi: o inventi una scusa poco convincente o prendi il cellulare, sul quale gira internet, sul quale gira Facebook. Fregato. Non vuoi. Sei riluttante. Il tuo sedicente amico non ha fretta. Ti marca stretto. Non vuoi aprire il sacco per mostrare la selvaggina? Che cosa ha cacciato allora il nostro predatore? Tant’è, che è quasi impossibile accampare una scusa. Gli invadenti subodorano la riluttanza, e se ne fregano. Ma in definitiva, perché non vuoi mostrargliela? Non ritieni che lei sia alla tua altezza? Le hai mandato un messaggio a pranzo; baciata prima di buttarti nel traffico; vista alzarsi dal letto alle sette, per andare a lavoro con gli occhi pesti e l’espressione serafica. O pensi che non sia all’altezza per i gusti del tuo amico? E perché mai lui dovrebbe avere un tale potere sulle tue scelte?

“Non è bellissima, ma siamo veramente in sintonia”. Appena scoccata la freccia, capisci di aver sbagliato mira. È successo di nuovo. La paura di un giudizio nasconde il terrore che qualcuno abbia abbastanza indizi per inchiodare la tua fragilità e la tua inettitudine. Non siamo più in epoca romana, ma di croci, a riguardo, le strade sono ancora disseminate.

L’amico commenta l’immagine della ragazza sullo schermo a cristalli liquidi: carina. Mentre tu, avvilito, non per il suo commento insipido, ma per la frase che hai detto, scegli come redenzione una banalità, perché è solo nelle banalità che noi troviamo ristoro. Pensi a tua madre, alla sua figura; poi passi dal suo volto, a quello delle madri dei tuoi amici, dei semplici conoscenti, delle donne che hai incrociato per strada quella mattina, fino ad abbracciare in un delirio allucinatorio ogni singola donna del pianeta; semplicemente per arrivare all’inevitabile domanda: perché usare una frase che non ha attinenza con la realtà? Sia ben chiaro, qui non è in esame la bellezza femminile, qui è in esame un tranello.
Confessarsi che anche tu non sei un Adone sarebbe tanto doveroso quanto inutile, ma lo fai lo stesso. Senti ancora vergogna per quella frase. E ti chiedi se anche le donne la usino per schermarsi di fronte alle amiche. “Non è un bel maschio, ma…?”. Lo fanno veramente? Io penso di no. Le donne sono più concrete, vogliono la sicurezza della presenza; a noi, invece, non manca tanto la presenza di una donna al nostro fianco, quanto di un uomo più concreto in noi.

Non so se questo modo di dire sia unicamente italiano (per semplicismo: modella – moda – il fashion e le passerelle dello Stivale) ma precisare che lei non è come dovrebbe essere agli occhi degli altri, fa sì che quegli stessi occhi ci guardino con commiserazione.
Non volevamo l’opposto?
Ciò che cerchiamo di evitare cammina a un passo alle nostre spalle.

2 aprile 2017

Come James Franco

Chi è James Edward Franco?

Iniziamo da uno stereotipo: è un attore talentuoso e di una certa avvenenza. Potete calpestare il suo nome all’interno di una stella a cinque punte nella sempre assolata Hollywood Boulevard, la famigerata Walk of Fame. Il suo contributo all’industria cinematografica ha trasformato questo giovane ragazzo di Palo Alto in un indelebile ricordo pedonale.
È un artista poliedrico; non si occupa solo di recitazione, ma anche di sceneggiature e di regia. Ha prestato la sua voce per alcuni doppiaggi e ha dimestichezza con la pittura.
James ha un’invidiabile qualità: non farsi mancare nulla.
Come mi confessò mia zia nei riguardi di un musicista itinerante degli anni ‘70, sua vecchia fiamma con cui condivideva la passione per la strada e la chitarra: “Dio gli ha dato tutto: bellezza, talento ed eleganza”. Lo disse alcuni giorni dopo anche di Daniel Day Lews, e non potei che trovarmi d’accordo. Chiunque ha il tarlo della scrittura, vorrebbe scrivere come lui recita. Del chitarrista che la sedusse nel fiore dei suoi vent’anni, mi fidai sulla parola. E anche su James Franco, per chi ne conosce le qualità attoriali, penso che non ci siano dubbi.

Ho visto una sua intervista su youtube, poco tempo fa, che mi ha fatto riflettere.
Spiega il perché scelga di recitare in film commerciali. La prima parte della verità, per niente esecrabile, ha il nome del dio pagano che ha scalzato quelli rivelati ormai da tempo: money, sweet money. Nella seconda parte della verità, invece, spiega al soldo di cosa mette i propri guadagni: finanziare e dirigere film indipendenti. Un buon esempio è As I lay dying del 2013, dall’omonimo romanzo di William Faulkner.

A intervista conclusa, mi sono chiesto: ed io?, seguito da un più vasto: e noi? Grafomani in ombra, squattrinati della porta accanto, dignitosi sognatori assolutamente corruttibili… un romanzo commerciale è veramente così spregevole? Con cui ammonticchiare un gruzzolo per i nostri profondissimi e invisibili libri di nicchia? A mio avviso, suona come un ragionevole compromesso. La verginità si ricostruisce a più riprese. Un libro commerciale e un paio di quelli troppo avanti per essere capiti e venduti; cadenzi così la tua carriera, sperando di lasciare questo mondo di ombre, con il bagliore di un bestseller di nicchia.

Fosse così semplice, vero?
Ma io ho deciso di fare come James Franco. Per nobilitare le mie idee ho bisogno di tempo e denaro. Devo redimermi dal lavoro salariale che mangia le mie giornate, per promuovere i miei invendibili soliloqui notturni. Ho bisogno quindi di un prodotto che lubrifichi il meccanismo.

Da dove cominciare, allora?

Cerchiamo una buona volta di essere superficiali.
Informiamoci sui libri più venduti negli ultimi dodici mesi; prestiamo fede al sentito dire su ciò che tira; e siccome abbiamo una malattia egosensibile, chiamata pretesa dell’originalità, diamo il nostro sontuoso tocco al genere e alla storia che sceglieremo di raccontare. È un rischio, me ne rendo conto, l’audacia narrativa si paga a duro prezzo se non convince, ma provarci è un dovere nei confronti della nostra goffa vanità: una delle doti che sorregge la mano di chi scrive.

Dopo un’analisi superficiale, appunto, il risultato – senza grossi colpi di scena, i saggi non sono presi in considerazione – è quanto segue: letteratura per ragazzi, romanzi d’amore, gialli e thriller (il mercato ne è saturo), l’erotico è ancora promettente (“perché non scrivi qualcosa tipo 50 sfumature di grigio?” Timida proposta da persone che hanno a cuore le mie finanze e che sto iniziando a rivalutare); concludono la lista: i testi per preparasi ad esami e concorsi (mettiamo anch’essi nel calderone: noi condiamo, non bruciamo nulla).
In questa miscellanea si nasconde la nostra rosa dei venti.

Siamo pronti.
Elenco delle possibilità:
1) Un liceale studia lo Zibaldone di Leopardi su un bignami, comprato assieme alla sua ragazza in un mercatino di libri usati. Mentre si devasta gli occhi per decifrare le lettere microbiche del tascabilissimo, a pagina 34 – dove è spiegato il senso del dolore per il poeta di Recanati -, il liceale rinviene un appunto, quasi impercettibile, scritto a mano: “Ho dovuto lasciarti. Non sai quanto io ora soffra l’inferno”, accompagnato da due lettere “G.L.”, la data e il luogo “luglio 2014. Via Raffaello Sanzio 17”. Destino vuole, che l’indirizzo coincida con la scuola che il ragazzo frequenta. Questa breve scritta diventa per lui un’ossessione. Inizia così a indagare su chi l’abbia lasciata, e se veramente nasconda un messaggio di disperazione, che può far temere altro. I capitoli del libro si apriranno con uno degli argomenti trattati da Leopardi nello Zibaldone, e il ragazzo, per il proprio metodo investigativo, s’ispirerà ai resoconti del padre – grande appassionato di Fox Crime – su come i beniamini della sua serie televisiva preferita hanno risolto dei complicati casi di omicidio.
2) Lui e lei si amano, ma sono entrambi bisessuali. Il loro rapporto è descritto attraverso le tresche che i due hanno tessuto con persone dello stesso o dell’altro sesso. Fino a “vederli”, dopo aver confessato i vari tradimenti, stringere quell’estremo patto, l’accettazione, che conduce al perdono reciproco, e alla consapevolezza che sbagliare, se non avvicina, diventa uno scarto della vita.
3) Uno psicopatico uccide, senza nessuna apparente logica, persone di diversa età, estrazione sociale, sesso e razza. Una parte del libro sarà composta dal suo diario personale, dove scriverà, man mano che la storia si sviluppa, un vademecum sul tema dell’oblio. A prendere parte alle indagini, sarà invece un investigatore divorziato, che ha la mania di frequentare locali per scambisti con una sua amica di vecchia data. E ha una figlia, cui cerca di impedire di crescere, ritenendola più al sicuro alle dipendenze psicologiche del padre.
4) O potremmo imbastire il racconto di una persona che ascoltando un’intervista di James Franco, sul perché l’attore americano prenda parte a film commerciali, sia ispirato dalle sue motivazioni, e decida, quindi, di adottarne la strategia. Il ragazzo si mette in testa di scrivere un romanzo che venda, per avere il tempo e i mezzi di sviluppare progetti letterari paralleli, ma poco appetibili sul mercato. La storia verterà sulle prime mosse compiute in alcune redazioni giornalistiche, per fare pratica sulla descrizione del reale, e sul rapporto con i suoi miti letterari che idealmente lo spronano a perseguire i suoi obiettivi. La trama, del tutto semplice e intrisa di un buonismo sottile, sarà inframmezzata con alcuni tentativi, scritti da parte del ragazzo, di fabbricare il tipico prodotto da Autogrill. Nello specifico, saranno presenti alcune pagine su: un giallo per ragazzi – un erotico sulla promiscuità di una coppia – un thriller che diventa anche un manuale filosofico sul concetto di oblio.

Questa è una possibile rosa iniziale. C’è tutta la banalità di cui abbiamo bisogno e l’audacia di diffonderla urbi et orbi.
Chissà se James Franco accetterebbe di recitare negli adattamenti cinematografici tratti da questi romanzi.
Uno degli obiettivi sarebbe di proporgliene uno, per fatturare a vicenda, e dare così modo ai nostri soliloqui notturni di vedere la luce di un giorno invenduto.
E poco importa, se in quel momento James non avrà più bisogno di scendere a compromessi. La sua esperienza gli avrà insegnato che l’arte è una questione di numeri, e che venirsi incontro, tra uomini d’esperienza, precede di poco l’andare incontro al pubblico pagante.

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