I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

6 aprile 2018

L’età dell’oro

 

Che cos’è l’età?

È la somma delle rivoluzioni terrestri attorno al sole, che come i gettoni di un abaco segna l’aritmetica del tempo trascorso.

Se vivessimo molto più a lungo, misurare la lunghezza delle nostre vite con le ellittiche della Terra attorno al Sole sarebbe inutile, come se scomodassimo gli anni per indicare l’età di un moscerino.

Se mai arrivassimo alla soglia dell’immortalità, sarebbe meglio avere un’unità di misura diversa, come il moto del sistema solare attorno al centro della Via Lattea: più di 200 milioni di anni per completare un  ciclo intero. La nostra adolescenza si accompagnerebbe con lo spegnersi e l’accendersi delle stelle; come la nostra odierna, in fin dei conti, ma con le solite e dovute differenze. Mi chiedo se l’espressione “un giorno capirai” avrebbe ancora lo stesso significato?

L’età indica un periodo storico, descritto con il minerale o la lega che lo ha forgiato: dalla pietra al bronzo, dal rame al ferro; l’età appartiene al mito, a quella leggenda aurea che precede le altre di natura più gretta, l’antichissima età dell’oro, così simile a quel frammento emotivo di cui non ricordiamo quasi nulla e che difendiamo per scontare il passaggio all’età adulta chiamandolo: età dell’innocenza.

La Storia ha un’età. E la nostra collettiva condizione psicologica, la nostra comune nostalgia anche.

Secondo voi è più semplice scoprire chi ha maturato l’età della ragione o chi ha raggiunto la maggiore età? I due stati possono coesistere, non coesistere, o non esserci affatto.

Quando il nostro compleanno succede, e fino a una certa soglia sei un anno più grande e dopo quella soglia un anno più vecchio.

Ogni volta che non si deve chiedere l’età a una signora, perché la bellezza sfiorisce col tempo, ed è come se le chiedessi di valutare con sincerità l’immagine del suo corpo. Domanda indelicata, che ha bisogno di persone delicate per poterla fare.

Quando a vent’anni ti eri ripromesso che saresti diventato ricco, o usando un cipiglio aristocratico saresti diventato “facoltoso”, un qualcuno per gli altri, un qualcuno per te stesso, ma non è finita così. E siccome hai interpretato la vita come un gioco a somma zero, ti chiedi chi abbia controbilanciato la tua perdita con una vittoria.

Un mio amico non si è presentato alla sua stessa festa di compleanno. Si era ripromesso ben altro raggiunta una certa età. Non c’era nulla da festeggiare; e darsi alla macchia quando la tavola era già imbandita e gli invitati in posa da campeggio è stata una delle assenze più meste cui abbia mai assistito. Ci si può sentire spacciati a trent’anni, e trovarlo tanto doloroso quanto normale. 

L’età come una limitata serie di traguardi. Che se non raggiunti gettano sulla proverbiale candelina in più sulla torta, sulla notifica del profilo che oggi tocca proprio a te: quel colore incolore chiamato frustrazione.

Forse parte del declino della nostra cultura è il rapporto che abbiamo con il grande Moloch, la nostra età individuale, l’età collettiva di una parte di mondo. Sia ben chiaro che quasi nulla, nell’odierna cultura imperante della castrazione e della fuga, ci aiuta a sconfiggere il gigante o a farcelo amico. Nella nostra modesta dimensione nazionale, dopo l’età di apprendistato, e superati quindi i limiti di età, la ricerca di un lavoro singhiozza, si fa tortuosa, ci si arrischia tra larghe buche disseminate su strade in forte pendenza. Non è facile neppure per i più giovani. E per chi studia, basta laurearsi prima dei ventotto anni, se no si entra di dovere nell’età degli sfigati, o almeno così ha sentenziato un ex rappresentante delle istituzioni.

Questi sono solo esempi, più affini al nostro presente storico, che potremmo fare sulla difficoltà di avere un rapporto più sano con un altro giro di boa.

Come sbarazzarci di questa intimità insalubre con i nostri anni, allora? Quale patto di non belligeranza bisogna firmare al tavolo con la nostra età?

Iniziamo dalla più basilare constatazione astronomica.

Cosa ci può suggerire il moto di rivoluzione terrestre? È simile ad alcuni giochi di società, dove bisogna girare e passare dal via più volte. Il punto di partenza non è quindi un nascere, e neppure uno snervante ripetersi, ma è un lento riformarsi: è un’entrata in, preziosa in qualsiasi criterio astronomico o nelle formule energetiche dell’astrologia. Non si esce mai del tutto, eppure nuovamente si entra; così nelle caselle del Monopoli, così nella propria casa, così di anno in anno, in quel legame possibile di nuove aspettative che ha culla in una parola facile, logora e lasciata spesso a languire: inizio.

In una delle ultime interviste rilasciate da Carl Gustav Jung, il padre della psicologia del profondo spiega come l’inconscio non consideri affatto la morte, comportandosi come se la vita dovesse continuare. Jung si rese conto che se gli anziani guardavano al giorno seguente con attesa, e anche a quello dopo, come se avessero ancora secoli davanti a sé, reagendo così davanti alla fine come fa l’inconscio, vivevano più a lungo e più serenamente. Jung sostiene che questo è il modo giusto di vivere, perché si segue la parte più profonda della nostra natura, e quindi in conformità con essa, non inconsciamente, ma facendo propri i suoi orizzonti, che in parte non sono confinati nello spazio e nel tempo. Questo modo di esistere non nega la morte – non è un suo affronto bensì un confrontarsi con l’infinito – ma protegge la vita dalla sua pietrificazione.

Come spesso accade, cambiare il tutto si compendia nel cambiare il proprio sguardo. Il rapporto con la nostra età non fa eccezione.  Benché ci siano dei limiti che le regole impongono e che noi stessi ci siamo auto inflitti con il nostro fare concreto che atrofizza il reale, riscoprire in un altro anno che passa il moto di un pianeta intriso d’acqua e di terre emerse che alla velocità di 108mila chilometri orari, dopo 365 giorni, ritorna al suo punto di partenza, ed entra in una nuova fase attorno alla stella che lo riscalda, spero che vi possa dare una prospettiva diversa. E se a volte pensiamo che sia un ripetersi inutile o tedioso, un moto perenne e immutabile – quasi un’ingiustizia – ricordiamoci che è uno dei tasselli necessari che permette il perpetuarsi della vita. 

17 maggio 2017

Non è una modella

“Non è una modella, però con lei sto bene”, questa è la versione classica: del maschio che mette le mani avanti. È un’espressione ancora in uso, sebbene il suo corrispettivo odierno, se non in linea con lo stile dell’amor cortese, è quantomeno più democratico: “Non è una strafiga ma mi piace”. Perché infatti limitarsi a Naomi Campbell o ad Adriana Lima? Possiamo imbatterci in una presunta modella senza dover sfogliare per forza l’ultimo numero di Vogue.

Spesso facciamo tenerezza, noi maschietti. Sottolineare che la ragazza con cui stiamo uscendo non è simile alla Pallade Atena, per poi introdurre una frase avversativa che comunque ne giustifichi la presenza al nostro fianco, è come dire che il Big Mac non è la sintesi di un pasto salutare, ma è comunque saporito. Affianchiamo a un’imperfezione la sua controparte, e cerchiamo la riparazione agli occhi di altri dannati all’insicurezza.

Di seguito, brevi variazioni sul tema:

1) “Non è una modella e le puzza anche il fiato”. Una domanda ragionevole (anche se una fragorosa risata sarebbe l’unica risposta logica) è la seguente: “Perché ci stai uscendo, allora?” In questo intimo tête-à-tête tra due amici, l’uomo che ha ricevuto la domanda sarà grande quanto grande sarà la sua risposta. Che lascio come un fill in the blanks _________, perché adesso non me ne viene una più caustica della seguente: “La natura è a suo modo meravigliosa, ma non sempre ha un buon odore”.

2) “È una dea; ha il mio stesso senso dell’umorismo; mi guarda come se valessi il prezzo del biglietto; e ha le mie stesse passioni… anche sotto le coperte”. Ora, la reazione più comune (anche se una scrosciante risata sarebbe l’unica di valore) è il servizietto infido del “sono contento per te”, o del popolano “che culo che hai”: dipende dalla schiettezza dell’interlocutore.

3) “Per me è bella (di solito chi lo dice alza di un sottotono la propria voce), e stiamo bene insieme”. Questa forma garbata può convincere gli ingenui, ma negli intenti è uguale alla frase: “Non è una modella, ma….”

Poi, un giorno – sebbene sia già successo un trilione di volte – senti pronunciare una di queste espressioni assolutorie – perché è pur sempre di venia che stiamo parlando – dalla bocca di un tuo amico, e ti accorgi che non la interpreti più come una frase fatta. La sua voce stona. Il suo volto quando la pronuncia stona. Nel suo complesso è un motivetto fastidioso.
C’era veramente bisogno di dirlo?
Quando la senti poi da una voce in tutto simile alla tua – dopo averla slegata dalle corde vocali, riavvolgendo il nastro, per farla girare come un loop nella tua mente – le dai un peso diverso; anzi, le dai peso: ecco la diversità. Ti giustifichi a priori per l’aspetto fisico di una donna che stai frequentando; magari siete andati a letto assieme, e soprattutto, avete portato la vostra intimità a uno stadio successivo: avete iniziato a raccontarvi l’un l’altra.

Una storia comune a molti può nascere da questa frase.
Uno di quegli amici pedanti, che prima di chiedervi come vi siete conosciuti, se state bene, se avete già fatto cose, pretende di vederla in foto. Una volta ti chiedevano “com’è?”, e tu dovevi sforzarti un minimo: esagerare, nascondere – fisico, volto, particolari piccanti. Esercizio che poteva stimolare la tua capacità di espressione. Ora è molto più difficile. Quindi: o inventi una scusa poco convincente o prendi il cellulare, sul quale gira internet, sul quale gira Facebook. Fregato. Non vuoi. Sei riluttante. Il tuo sedicente amico non ha fretta. Ti marca stretto. Non vuoi aprire il sacco per mostrare la selvaggina? Che cosa ha cacciato allora il nostro predatore? Tant’è, che è quasi impossibile accampare una scusa. Gli invadenti subodorano la riluttanza, e se ne fregano. Ma in definitiva, perché non vuoi mostrargliela? Non ritieni che lei sia alla tua altezza? Le hai mandato un messaggio a pranzo; baciata prima di buttarti nel traffico; vista alzarsi dal letto alle sette, per andare a lavoro con gli occhi pesti e l’espressione serafica. O pensi che non sia all’altezza per i gusti del tuo amico? E perché mai lui dovrebbe avere un tale potere sulle tue scelte?

“Non è bellissima, ma siamo veramente in sintonia”. Appena scoccata la freccia, capisci di aver sbagliato mira. È successo di nuovo. La paura di un giudizio nasconde il terrore che qualcuno abbia abbastanza indizi per inchiodare la tua fragilità e la tua inettitudine. Non siamo più in epoca romana, ma di croci, a riguardo, le strade sono ancora disseminate.

L’amico commenta l’immagine della ragazza sullo schermo a cristalli liquidi: carina. Mentre tu, avvilito, non per il suo commento insipido, ma per la frase che hai detto, scegli come redenzione una banalità, perché è solo nelle banalità che noi troviamo ristoro. Pensi a tua madre, alla sua figura; poi passi dal suo volto, a quello delle madri dei tuoi amici, dei semplici conoscenti, delle donne che hai incrociato per strada quella mattina, fino ad abbracciare in un delirio allucinatorio ogni singola donna del pianeta; semplicemente per arrivare all’inevitabile domanda: perché usare una frase che non ha attinenza con la realtà? Sia ben chiaro, qui non è in esame la bellezza femminile, qui è in esame un tranello.
Confessarsi che anche tu non sei un Adone sarebbe tanto doveroso quanto inutile, ma lo fai lo stesso. Senti ancora vergogna per quella frase. E ti chiedi se anche le donne la usino per schermarsi di fronte alle amiche. “Non è un bel maschio, ma…?”. Lo fanno veramente? Io penso di no. Le donne sono più concrete, vogliono la sicurezza della presenza; a noi, invece, non manca tanto la presenza di una donna al nostro fianco, quanto di un uomo più concreto in noi.

Non so se questo modo di dire sia unicamente italiano (per semplicismo: modella – moda – il fashion e le passerelle dello Stivale) ma precisare che lei non è come dovrebbe essere agli occhi degli altri, fa sì che quegli stessi occhi ci guardino con commiserazione.
Non volevamo l’opposto?
Ciò che cerchiamo di evitare cammina a un passo alle nostre spalle.

2 aprile 2017

Come James Franco

Chi è James Edward Franco?

Iniziamo da uno stereotipo: è un attore talentuoso e di una certa avvenenza. Potete calpestare il suo nome all’interno di una stella a cinque punte nella sempre assolata Hollywood Boulevard, la famigerata Walk of Fame. Il suo contributo all’industria cinematografica ha trasformato questo giovane ragazzo di Palo Alto in un indelebile ricordo pedonale.
È un artista poliedrico; non si occupa solo di recitazione, ma anche di sceneggiature e di regia. Ha prestato la sua voce per alcuni doppiaggi e ha dimestichezza con la pittura.
James ha un’invidiabile qualità: non farsi mancare nulla.
Come mi confessò mia zia nei riguardi di un musicista itinerante degli anni ‘70, sua vecchia fiamma con cui condivideva la passione per la strada e la chitarra: “Dio gli ha dato tutto: bellezza, talento ed eleganza”. Lo disse alcuni giorni dopo anche di Daniel Day Lews, e non potei che trovarmi d’accordo. Chiunque ha il tarlo della scrittura, vorrebbe scrivere come lui recita. Del chitarrista che la sedusse nel fiore dei suoi vent’anni, mi fidai sulla parola. E anche su James Franco, per chi ne conosce le qualità attoriali, penso che non ci siano dubbi.

Ho visto una sua intervista su youtube, poco tempo fa, che mi ha fatto riflettere.
Spiega il perché scelga di recitare in film commerciali. La prima parte della verità, per niente esecrabile, ha il nome del dio pagano che ha scalzato quelli rivelati ormai da tempo: money, sweet money. Nella seconda parte della verità, invece, spiega al soldo di cosa mette i propri guadagni: finanziare e dirigere film indipendenti. Un buon esempio è As I lay dying del 2013, dall’omonimo romanzo di William Faulkner.

A intervista conclusa, mi sono chiesto: ed io?, seguito da un più vasto: e noi? Grafomani in ombra, squattrinati della porta accanto, dignitosi sognatori assolutamente corruttibili… un romanzo commerciale è veramente così spregevole? Con cui ammonticchiare un gruzzolo per i nostri profondissimi e invisibili libri di nicchia? A mio avviso, suona come un ragionevole compromesso. La verginità si ricostruisce a più riprese. Un libro commerciale e un paio di quelli troppo avanti per essere capiti e venduti; cadenzi così la tua carriera, sperando di lasciare questo mondo di ombre, con il bagliore di un bestseller di nicchia.

Fosse così semplice, vero?
Ma io ho deciso di fare come James Franco. Per nobilitare le mie idee ho bisogno di tempo e denaro. Devo redimermi dal lavoro salariale che mangia le mie giornate, per promuovere i miei invendibili soliloqui notturni. Ho bisogno quindi di un prodotto che lubrifichi il meccanismo.

Da dove cominciare, allora?

Cerchiamo una buona volta di essere superficiali.
Informiamoci sui libri più venduti negli ultimi dodici mesi; prestiamo fede al sentito dire su ciò che tira; e siccome abbiamo una malattia egosensibile, chiamata pretesa dell’originalità, diamo il nostro sontuoso tocco al genere e alla storia che sceglieremo di raccontare. È un rischio, me ne rendo conto, l’audacia narrativa si paga a duro prezzo se non convince, ma provarci è un dovere nei confronti della nostra goffa vanità: una delle doti che sorregge la mano di chi scrive.

Dopo un’analisi superficiale, appunto, il risultato – senza grossi colpi di scena, i saggi non sono presi in considerazione – è quanto segue: letteratura per ragazzi, romanzi d’amore, gialli e thriller (il mercato ne è saturo), l’erotico è ancora promettente (“perché non scrivi qualcosa tipo 50 sfumature di grigio?” Timida proposta da persone che hanno a cuore le mie finanze e che sto iniziando a rivalutare); concludono la lista: i testi per preparasi ad esami e concorsi (mettiamo anch’essi nel calderone: noi condiamo, non bruciamo nulla).
In questa miscellanea si nasconde la nostra rosa dei venti.

Siamo pronti.
Elenco delle possibilità:
1) Un liceale studia lo Zibaldone di Leopardi su un bignami, comprato assieme alla sua ragazza in un mercatino di libri usati. Mentre si devasta gli occhi per decifrare le lettere microbiche del tascabilissimo, a pagina 34 – dove è spiegato il senso del dolore per il poeta di Recanati -, il liceale rinviene un appunto, quasi impercettibile, scritto a mano: “Ho dovuto lasciarti. Non sai quanto io ora soffra l’inferno”, accompagnato da due lettere “G.L.”, la data e il luogo “luglio 2014. Via Raffaello Sanzio 17”. Destino vuole, che l’indirizzo coincida con la scuola che il ragazzo frequenta. Questa breve scritta diventa per lui un’ossessione. Inizia così a indagare su chi l’abbia lasciata, e se veramente nasconda un messaggio di disperazione, che può far temere altro. I capitoli del libro si apriranno con uno degli argomenti trattati da Leopardi nello Zibaldone, e il ragazzo, per il proprio metodo investigativo, s’ispirerà ai resoconti del padre – grande appassionato di Fox Crime – su come i beniamini della sua serie televisiva preferita hanno risolto dei complicati casi di omicidio.
2) Lui e lei si amano, ma sono entrambi bisessuali. Il loro rapporto è descritto attraverso le tresche che i due hanno tessuto con persone dello stesso o dell’altro sesso. Fino a “vederli”, dopo aver confessato i vari tradimenti, stringere quell’estremo patto, l’accettazione, che conduce al perdono reciproco, e alla consapevolezza che sbagliare, se non avvicina, diventa uno scarto della vita.
3) Uno psicopatico uccide, senza nessuna apparente logica, persone di diversa età, estrazione sociale, sesso e razza. Una parte del libro sarà composta dal suo diario personale, dove scriverà, man mano che la storia si sviluppa, un vademecum sul tema dell’oblio. A prendere parte alle indagini, sarà invece un investigatore divorziato, che ha la mania di frequentare locali per scambisti con una sua amica di vecchia data. E ha una figlia, cui cerca di impedire di crescere, ritenendola più al sicuro alle dipendenze psicologiche del padre.
4) O potremmo imbastire il racconto di una persona che ascoltando un’intervista di James Franco, sul perché l’attore americano prenda parte a film commerciali, sia ispirato dalle sue motivazioni, e decida, quindi, di adottarne la strategia. Il ragazzo si mette in testa di scrivere un romanzo che venda, per avere il tempo e i mezzi di sviluppare progetti letterari paralleli, ma poco appetibili sul mercato. La storia verterà sulle prime mosse compiute in alcune redazioni giornalistiche, per fare pratica sulla descrizione del reale, e sul rapporto con i suoi miti letterari che idealmente lo spronano a perseguire i suoi obiettivi. La trama, del tutto semplice e intrisa di un buonismo sottile, sarà inframmezzata con alcuni tentativi, scritti da parte del ragazzo, di fabbricare il tipico prodotto da Autogrill. Nello specifico, saranno presenti alcune pagine su: un giallo per ragazzi – un erotico sulla promiscuità di una coppia – un thriller che diventa anche un manuale filosofico sul concetto di oblio.

Questa è una possibile rosa iniziale. C’è tutta la banalità di cui abbiamo bisogno e l’audacia di diffonderla urbi et orbi.
Chissà se James Franco accetterebbe di recitare negli adattamenti cinematografici tratti da questi romanzi.
Uno degli obiettivi sarebbe di proporgliene uno, per fatturare a vicenda, e dare così modo ai nostri soliloqui notturni di vedere la luce di un giorno invenduto.
E poco importa, se in quel momento James non avrà più bisogno di scendere a compromessi. La sua esperienza gli avrà insegnato che l’arte è una questione di numeri, e che venirsi incontro, tra uomini d’esperienza, precede di poco l’andare incontro al pubblico pagante.

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