I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

14 aprile 2017

Rebecca

Rebecca preferisce studiare in centro. La biblioteca vicino a casa sua la mette a disagio: è imbottita di ventenni, con i loro volti pronti a detonare davanti al suo. Leggere le dispense; sottolineare le informazioni per ricavarne degli schemi grandi come carte da Monopoli; dilatare la propria concentrazione per trasformare la grezza materia di studio in una conoscenza più raffinata, almeno per passare l’esame, e dirsi, dopo anni d’inattività: «Meno uno, avanti il prossimo»; non è così semplice quando attorno a lei, sono dispiegati ragazzi con la testa china sui libri, l’aria di chi ha un compito da svolgere ma non dei compiti da fare: studenti nati a ridosso del nuovo millennio. E sebbene lei abbia un volto puerile e la sua vera età passi inosservata facilmente, sentirsi fuori luogo la spinge a prendere l’autobus per andare in una biblioteca, dove la vista di persone più mature la risparmia dall’impietoso paragone del tempo. Il fatto che loro siano lì a leggere o a studiare – alcuni con i capelli brizzolati, altri con vestiti sciatti, solo per coprirsi e non per appartenenza – la fa sentire più affine a un possibile futuro. Lì c’è ancora spazio per lei, nell’età di chi le siede accanto.

Sua madre però la tratta come se fosse ancora una liceale; ogni sera, prima di sedersi a tavola, le chiede con il cipiglio di una tutrice se oggi la sua allieva ha studiato. A trentadue anni, è ancora più difficile rispondere dissimulando il fastidio, pari solo all’imbarazzo di quando le chiede i soldi per le sigarette o la benzina. Non è lei che si sta pagando le rette; e quindi, all’interesse della madre, Rebecca abbozza un sì strascicato, «ho studiato tutto il pomeriggio», prima di cambiare discorso, e domandarle di rimando come sia andato l’ennesimo torneo pomeridiano di burraco. «Si vince e si perde», le risponde, per poi farle notare che ci sono troppe briciole di pane su una tovaglia appena stesa per la cena.

Prima faceva un lavoro che amava e di cui aveva paura. Disegnava loghi, brochure, infografiche; ma ritardava ogni consegna. Intirizzita dalle scadenze, si stendeva a letto, e si copriva per ragionare ancora cinque minuti su come attenuare un dettaglio troppo vistoso; cinque minuti sullo stacco di un’immagine; cinque minuti pensando che magari non ce l’avrebbe fatta a consegnare ciò che volevano i clienti; cinque minuti riflettendo su quanto i suoi datori di lavoro ci avrebbero messo a scoprire che non era adeguata; cinque minuti: perché là fuori c’è una torma di ragazzini, di appassionati, di professionisti molto più bravi di lei; cinque minuti a dirsi che comunque stava facendo ciò che le piaceva, e a chiedersi, quasi obbligata da un corrosivo senso del pudore: ma questo è veramente possibile? Sto facendo ciò che mi piace? Una come me? Fino a quando ogni domanda trovò da sola una risposta. Del tutto prevedibile. Un pomeriggio. Attorno a un tavolo. Sembravano stanchi e dispiaciuti ma costretti. E se ne sentì sollevata, fino a quando davanti al computer di casa, quella sera, comprese che il giorno dopo non avrebbe più dovuto accenderlo per lavoro.

E adesso, seduta a un tavolo illuminato da una finestra ad arco, sta studiando per l’esame di letterature comparate. E per carità, la sua laurea sarà poco appetibile per i gusti del Mercato, ma è il quinto esame, e ne ha già passati quattro in meno di due mesi. E va bene la baby sitter, la commessa, la segretaria, la postina, un la qualsiasi per un la di tempo: basta un part time, mentre si avvicina l’incoronazione, pur di non elemosinare più soldi per le sigarette e la benzina. O per l’abbonamento mensile dell’autobus, fino alla biblioteca in centro.

Made by OSOM