Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

17 maggio 2017

Non è una modella

“Non è una modella, però con lei sto bene”, questa è la versione classica: del maschio che mette le mani avanti. È un’espressione ancora in uso, sebbene il suo corrispettivo odierno, se non in linea con lo stile dell’amor cortese, è quantomeno più democratico: “Non è una strafiga ma mi piace”. Perché infatti limitarsi a Naomi Campbell o ad Adriana Lima? Possiamo imbatterci in una presunta modella senza dover sfogliare per forza l’ultimo numero di Vogue.

Spesso facciamo tenerezza, noi maschietti. Sottolineare che la ragazza con cui stiamo uscendo non è simile alla Pallade Atena, per poi introdurre una frase avversativa che comunque ne giustifichi la presenza al nostro fianco, è come dire che il Big Mac non è la sintesi di un pasto salutare, ma è comunque saporito. Affianchiamo a un’imperfezione la sua controparte, e cerchiamo la riparazione agli occhi di altri dannati all’insicurezza.

Di seguito, brevi variazioni sul tema:

1) “Non è una modella e le puzza anche il fiato”. Una domanda ragionevole (anche se una fragorosa risata sarebbe l’unica risposta logica) è la seguente: “Perché ci stai uscendo, allora?” In questo intimo tête-à-tête tra due amici, l’uomo che ha ricevuto la domanda sarà grande quanto grande sarà la sua risposta. Che lascio come un fill in the blanks _________, perché adesso non me ne viene una più caustica della seguente: “La natura è a suo modo meravigliosa, ma non sempre ha un buon odore”.

2) “È una dea; ha il mio stesso senso dell’umorismo; mi guarda come se valessi il prezzo del biglietto; e ha le mie stesse passioni… anche sotto le coperte”. Ora, la reazione più comune (anche se una scrosciante risata sarebbe l’unica di valore) è il servizietto infido del “sono contento per te”, o del popolano “che culo che c’hai”: dipende dalla schiettezza dell’interlocutore.

3) “Per me è bella (di solito chi lo dice alza di un sottotono la propria voce), e stiamo bene insieme”. Questa forma garbata può convincere gli ingenui, ma negli intenti è uguale alla frase: “Non è una modella, ma….”

Poi, un giorno – sebbene sia già successo un trilione di volte – senti pronunciare una di queste espressioni assolutorie – perché è pur sempre di venia che stiamo parlando – dalla bocca di un tuo amico, e ti accorgi che non la interpreti più come una frase fatta. La sua voce stona. Il suo volto quando la pronuncia stona. Nel suo complesso è un motivetto fastidioso.
C’era veramente bisogno di dirlo?
Quando la senti poi da una voce in tutto simile alla tua – dopo averla slegata dalle corde vocali, riavvolgendo il nastro, per farla girare come un loop nella tua mente – le dai un peso diverso; anzi, le dai peso: ecco la diversità. Ti giustifichi a priori per l’aspetto fisico di una donna che stai frequentando; magari siete andati a letto assieme, e soprattutto, avete portato la vostra intimità a uno stadio successivo: avete iniziato a raccontarvi l’un l’altra.

Una storia comune a molti può nascere da questa frase.
Uno di quegli amici pedanti, che prima di chiedervi come vi siete conosciuti, se state bene, se avete già fatto cose, pretende di vederla in foto. Una volta ti chiedevano “com’è?”, e tu dovevi sforzarti un minimo: esagerare, nascondere – fisico, volto, particolari piccanti. Esercizio che poteva stimolare la tua capacità di espressione. Ora è molto più difficile. Quindi: o inventi una scusa poco convincente o prendi il cellulare, sul quale gira internet, sul quale gira Facebook. Fregato. Non vuoi. Sei riluttante. Il tuo sedicente amico non ha fretta. Ti marca stretto. Non vuoi aprire il sacco per mostrare la selvaggina? Che cosa ha cacciato allora il nostro cacciatore? Tant’è, che è quasi impossibile accampare una scusa. Gli invadenti subodorano la riluttanza, e se ne fregano. Ma in definitiva, perché non vuoi mostrargliela? Non ritieni che lei sia alla tua altezza? Le hai mandato un messaggio a pranzo; baciata prima di buttarti nel traffico; vista alzarsi dal letto alle sette, per andare a lavoro con gli occhi pesti e l’espressione serafica. O pensi che non sia all’altezza per i gusti del tuo amico? E perché mai lui dovrebbe avere un tale potere sulle tue scelte?

“Non è bellissima, ma siamo veramente in sintonia”. Appena scoccata la freccia, capisci di aver sbagliato mira. È successo di nuovo. La paura di un giudizio nasconde il terrore che qualcuno abbia abbastanza indizi per inchiodare la tua fragilità e la tua inettitudine. Non siamo più in epoca romana, ma di croci, a riguardo, le strade sono ancora disseminate.

L’amico commenta l’immagine della ragazza sullo schermo a cristalli liquidi: carina. Mentre tu, avvilito, non per il suo commento insipido, ma per la frase che hai detto, scegli come redenzione una banalità, perché è solo nelle banalità che noi troviamo ristoro. Pensi a tua madre, alla sua figura; poi passi dal suo volto, a quello delle madri dei tuoi amici, dei semplici conoscenti, delle donne che hai incrociato per strada quella mattina, fino ad abbracciare in un delirio allucinatorio ogni singola donna del pianeta; semplicemente per arrivare all’inevitabile domanda: perché usare una frase che non ha attinenza con la realtà? Sia ben chiaro, qui non è in esame la bellezza femminile, qui è in esame un tranello.
Confessarsi che anche tu non sei un Adone sarebbe tanto doveroso quanto inutile, ma lo fai lo stesso. Senti ancora vergogna per quella frase. E ti chiedi se anche le donne la usino, per schermarsi di fronte alle amiche. “Non è un bel maschio, ma…?”. Lo fanno veramente? Io penso di no. Le donne sono più concrete, vogliono la sicurezza della presenza; a noi, invece, non manca tanto la presenza di una donna al nostro fianco, quanto di un uomo più concreto in noi.

Non so se questo modo di dire sia unicamente italiano (per semplicismo: modella -moda – il fashion e le passerelle dello Stivale) ma precisare che lei non è come dovrebbe essere agli occhi degli altri, fa sì che quegli stessi occhi ci guardino con commiserazione.
Non volevamo l’opposto?
Ciò che cerchiamo di evitare cammina a un passo dalle nostre spalle.

24 aprile 2017

Il Koala

Il koala si appresta a iniziare il suo commercio.
Ficcato tra due rami di eucalipto, chiede al piccolo, aggrappato sulla schiena, di mordicchiargli le orecchie pelose nel caso scorga un vigilante. Dai rami periferici dell’arbusto, un nugolo di koala in astinenza scorrono verso il loro scaltro rifornitore. E una volta distribuiti in fila verticale, con una zampa sulla corteccia e una rivolta verso l’alto, aspettano la loro dose quotidiana di gemme e foglie da masticare.
Il sole sta calando sull’Australia. Il ras dell’eucalipto annusa con il naso scuro l’aria del tramonto. Abbassa gli occhi grandi come bacche sulle zampe imploranti degli acquirenti. Con le unghie prende venti grammi di gemme dalla fessura bassa del marsupio, e prima di porgerla al primo della fila, gli ricorda le istruzioni per non essere beccati: «Cospargi il tuo pelo grigio con altro olio d’eucalipto; sono sensibili ai buoni odori, li ho visti amarsi e perdonarsi per una zaffata di Chanel. Non dimenticare mai che siamo in vantaggio sulla loro specie. I koala amano le coccole. I koala sono così dolci. I koala sono dei batuffoli. Approfitta di questi pregiudizi insensati. Se ti abbracciano per sbirciare nel marsupio, infila il muso ebete sotto il palmo, e potresti anche sfilar loro la collana. Sai cosa sono i peluche? Un modo per liberare il letto dei grandi dalle paure dei piccoli. Ne hanno fatti tantissimi uguali a noi: grandi, piccini, soffici, da tenere contro il petto nelle ore notturne. Non puoi arrestare chi rende tranquilli i sogni dei tuoi figli. Siamo troppo utili, per essere dei criminali».
Gli consegna la dose, gli intima di dileguarsi e accenna al prossimo cliente di salire. Mentre infilza un paio di foglie sempreverdi da sotto il marsupio, lodando l’astuzia con cui ha convinto i condomini che si sarebbero sfamati solo grazie alla sua competenza, il piccolo lo mordicchia tremando, perché in lontananza ha scorto dei fasci di luce. «Sparpagliatevi», ordina il mercante. «E mi raccomando: profilo tenero». Quando i vigilanti si accalcano sotto l’arbusto e illuminano con le torce i rami e i suoi abitanti, vedono koala acciambellati sui rami; alcuni accoccolati su spalle morbide; altri decorati con foglie sulle orecchie enormi; e più in alto, nell’incavo tra due rami, un koala culla tra le braccia il suo piccolo. Da terra, un vigilante incredulo ma intenerito, chiede con fare melenso: «Non sono amorevoli?».
La maternità è sempre una buona scusa per farla franca.
«Sembra che stia cullando suo figlio come facciamo noi».
E invita i turisti, amanti della natura durante le feste comandate, a scattare alcune foto per gli album di famiglia.

14 aprile 2017

Rebecca

Rebecca preferisce studiare in centro. La biblioteca vicino a casa sua la mette a disagio: è imbottita di ventenni, con i loro volti pronti a detonare davanti al suo. Leggere le dispense; sottolineare le informazioni per ricavarne degli schemi grandi come carte da Monopoli; dilatare la propria concentrazione per trasformare la grezza materia di studio in una conoscenza più raffinata, almeno per passare l’esame, e dirsi, dopo anni d’inattività: «Meno uno, avanti il prossimo»; non è così semplice quando attorno a lei, sono dispiegati ragazzi con la testa china sui libri, l’aria di chi ha un compito da svolgere ma non dei compiti da fare: studenti nati a ridosso del nuovo millennio. E sebbene lei abbia un volto puerile e la sua vera età passi inosservata facilmente, sentirsi fuori luogo la spinge a prendere l’autobus per andare in una biblioteca, dove la vista di persone più mature la risparmia dall’impietoso paragone del tempo. Il fatto che loro siano lì a leggere o a studiare – alcuni con i capelli brizzolati, altri con vestiti sciatti, solo per coprirsi e non per appartenenza – la fa sentire più affine a un possibile futuro. Lì c’è ancora spazio per lei, nell’età di chi le siede accanto.

Sua madre però la tratta come se fosse ancora una liceale; ogni sera, prima di sedersi a tavola, le chiede con il cipiglio di una tutrice se oggi la sua allieva ha studiato. A trentadue anni, è ancora più difficile rispondere dissimulando il fastidio, pari solo all’imbarazzo di quando le chiede i soldi per le sigarette o la benzina. Non è lei che si sta pagando le rette; e quindi, all’interesse della madre, Rebecca abbozza un sì strascicato, «ho studiato tutto il pomeriggio», prima di cambiare discorso, e domandarle di rimando come sia andato l’ennesimo torneo pomeridiano di burraco. «Si vince e si perde», le risponde, per poi farle notare che ci sono troppe briciole di pane su una tovaglia appena stesa per la cena.

Prima faceva un lavoro che amava e di cui aveva paura. Disegnava loghi, brochure, infografiche; ma ritardava ogni consegna. Intirizzita dalle scadenze, si stendeva a letto, e si copriva per ragionare ancora cinque minuti su come attenuare un dettaglio troppo vistoso; cinque minuti sullo stacco di un’immagine; cinque minuti pensando che magari non ce l’avrebbe fatta a consegnare ciò che volevano i clienti; cinque minuti riflettendo su quanto i suoi datori di lavoro ci avrebbero messo a scoprire che non era adeguata; cinque minuti: perché là fuori c’è una torma di ragazzini, di appassionati, di professionisti molto più bravi di lei; cinque minuti a dirsi che comunque stava facendo ciò che le piaceva, e a chiedersi, quasi obbligata da un corrosivo senso del pudore: ma questo è veramente possibile? Sto facendo ciò che mi piace? Una come me? Fino a quando ogni domanda trovò da sola una risposta. Del tutto prevedibile. Un pomeriggio. Attorno a un tavolo. Sembravano stanchi e dispiaciuti ma costretti. E se ne sentì sollevata, fino a quando davanti al computer di casa, quella sera, comprese che il giorno dopo non avrebbe più dovuto accenderlo per lavoro.

E adesso, seduta a un tavolo illuminato da una finestra ad arco, sta studiando per l’esame di letterature comparate. E per carità, la sua laurea sarà poco appetibile per i gusti del Mercato, ma è il quinto esame, e ne ha già passati quattro in meno di due mesi. E va bene la baby sitter, la commessa, la segretaria, la postina, un la qualsiasi per un la di tempo: basta un part time, mentre si avvicina l’incoronazione, pur di non elemosinare più soldi per le sigarette e la benzina. O per l’abbonamento mensile dell’autobus, fino alla biblioteca in centro.

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