Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

E intanto la triste verità era che non tutti potevano essere straordinari, non tutti pote...

Jonathan Franzen, Le Correzioni

Spetta all'individuo, e al gruppo di individui, trasformare il brutto in bello

Tom Hodgkinson, La libertà come stile di vita

È difficile spiegare - in quel gioco delle sedie - perché alla fine si fossero fermati l...

Zadie Smith, NW

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

28 Gennaio 2020

I promessi sposi?

 

Nomen omen. Il nome è un presagio.

Preferisco questa traduzione a quella più comune e conosciuta: un nome un destino. Destino è una parola enfatica, tronfia, che deresponsabilizza; mentre presagio è più a misura d’uomo, qualcosa su cui non si può avere pieno controllo, ma che bisbiglia un possibile margine d’influenza sul nostro futuro. E sebbene abbia una connotazione negativa, il presagio ci avverte: è la premura di Cassandra, a noi la libertà di ascoltarla o farla tacere.

I nostri nomi sono un segno d’individuazione. Hanno un’importanza oggettiva nel rapporto con gli altri e con noi stessi. Non sorprende come molte dittature abbiano cambiato e marginalizzato i nomi propri delle persone a loro sottomesse. Un Nome, pronunciato nel momento giusto, ha una tale forza evocativa da poter instillare il germe della rivoluzione anche nei cuori più stanchi. Immaginate se ne fossimo sprovvisti, se ci chiamassimo tutti in modo eguale, se solo un numero ci differenziasse: come nel regime cambogiano di Pol Pot, dove gli appartenenti al partito comunista dei Khmer rossi si facevano chiamare Fratello numero 1, Fratello numero 2, Fratello numero 3, e così via, in un mare di spersonalizzazione color rame.

Il nostro nome potrebbe essere usato come titolo per le nostre vite, e questo ci porta al titolo di un libro, alla nostra biografia, e più in generale ai titoli dei libri.

Quale importanza rivestono e come dovrebbero essere scelti?

Ne stavo parlando la settimana scorsa con un amico. Secondo lui i titoli dei libri “servono” e non devono “aiutare” per forza. Servono a invogliare una persona a prendere un libro in mano per sfogliarlo, e non devono aiutarlo a capire il riassunto costipato della storia che forse (compreremo) leggeremo, perché è buona creanza fare così. Il titolo dovrebbe essere un abile consiglio per gli acquisti. Deve incuriosire, attrarre, far sorgere una domanda e accendere la scintilla di un’emozione. Il titolo è parte integrante del prodotto (argh!): la foto su Instagram ritoccata abilmente con photoshop. Sono d’accordo – immagino che un editore lo sarebbe – ma senza che diventi l’unica scelta possibile.

Abbiamo iniziato a prendere in esame alcuni titoli di libri che abbiamo letto entrambi. Io stavo per finire Le Correzioni di Jonathan Franzen. Abbiamo convenuto che dal punto di vista pubblicitario il titolo fosse scadente; aveva a che fare con la polpa di cui era composta la trama, ma senza essere né specifico né affilato, benché il libro in sé si avvicini a un capolavoro di stile.

I promessi sposi, ad esempio, è un titolo che non serve, ma che aiuta a fare uno schizzo su chi siano i protagonisti principali, stessa cosa vale per I fratelli Karamazov. Mentre Pastorale americana di Philip Roth (malgrado solo un americano possa valutarne veramente l’efficacia), non serve, in base alle indicazioni del mio amico, e non aiuta, secondo le indicazioni generali.

Il valore indiscutibile di questi libri ci dice quanto il titolo non sia così fondamentale rispetto al contenuto che racchiude. Stiamo parlando di scrittori con cui si vince a mani basse: regalano una nuova esperienza, una profondità, il senso del compiuto, del compiuto a dovere.

Mi chiedo se dietro a un titolo incisivo si possa nascondere una storia scialba, scritta male.

E i titoli che servono come buone esche, invece? Mi vengono in mente L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (che alcuni potrebbero trovare troppo pretenzioso, ma mai come La condizione umana di Malraux, libro di grande formazione per chiunque voglia scrivere) e Musica per organi caldi di Bukowski (titolo originale: Hot water music), benché quest’ultima sia una raccolta di racconti, tra cui ve ne sono di buoni e di scadenti.

Su Diario di una ninfomane, il mio amico esulterebbe: serve, aiuta e visto l’argomento di forte tradizione consumistica, è difficile che nessuno dia una sbirciata di soppiatto alle sue pagine. Anche Uomini che odiano le donne, perché sia nel suo servire sia nel suo aiutare è lapidario, richiama in maniera violenta la piaga del femminicidio e ha la stessa forma acuminata della lama di uno psicopatico. Il titolo del libro di Stieg Larsson svetta su quelli sciapi e animaleschi di Jo Nesbo: Il pipistrello, Scarafaggi, Il pettirosso e Il leopardo, sebbene entrambi gli scrittori abbiano venduto milioni di copie e siano considerati tra i maggiori rappresentati contemporanei del romanzo poliziesco.

Ignoro se nelle scuole di scrittura ci sia un corso specifico sulla scelta del titolo da dare a un libro, vista l’importanza che riveste nella scelta di cosa leggere per molti lettori. Oltre alle proprie produzioni in classe, l’insegnante potrebbe invitare gli studenti a rititolare un’opera conosciuta. «Bene, Manzoni ha un vuoto di memoria. Non si ricorda il nome del romanzo che lo ha consacrato nell’invidiabile piano didattico delle scuole italiane. Voi avete sempre pensato che “I promessi sposi” sia un titolo debole, quasi sciocco, e adesso avete l’occasione per suggerirne uno nuovo ad Alessandro. Scordatevi Fermo e Lucia. Avete dieci minuti».

Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che il titolo è il nome del libro. Infatti, spesso noi chiediamo: come si chiama l’ultimo libro che hai letto?

Forse, nel campo della letteratura, dovremmo dare più credito alle locuzioni dei latini, sopratutto nel campo dell’onomastica. Nello scegliere il nome di un libro dovremmo concentrarci sulla necessità di un presagio, farne la nostra regola aurea. Senza che sia didascalico e innocuo.

Deve essere un titolo che faccia presagire il meglio. Ciò che ognuno di noi cerca.

Rispetto ai promessi sposi, cosa ne pensate de L’amore ai tempi della peste? Già visto, dite? Un plagio camuffato male? Sono d’accordo.

E La provvidenza ti chiamerà per nome?

In tutta onestà, a me non dispiace.

1 Agosto 2019

Sebastiano

Sebastiano è convinto che il corso sulla gestione del personale lo aiuterà a essere più appetibile al palato dei recruiter. Non è un’esperienza concreta, vero, ma la teoria ha lo scopo di gettare le basi, noi lo sappiamo: l’università italiana è un immenso cantiere di fondamenta che reggono altre fondamenta; e magari questo candidato potrà mettere in pratica le tecniche acquisite durante il corso online che ha fatto. Cosa ne pensi, collega?

Nella vita di tutti i giorni nessun collega chiama collega un collega; la domanda, tuttavia, è una richiesta di aiuto e per questo ha un suo valore intrinseco. Sebastiano si lascia infatuare dalle promesse di un nuovo corso, da un altro certificato da allegare in calce; chiede consiglio a chi gli sta attorno, e fantastica su cosa potrebbe pensarne una persona che siede in un ufficio e deve valutare una pila di curricula, mentre lui è seduto di fronte al computer di camera sua a setacciare quel deserto sconfinato di proposte formative per disoccupati. Cosa ne pensi di un master in management, formula weekend, in inglese (a sua madre)? Cosa ne pensi di un corso su come vendere infoprodotti in rete (a un amico)? Cosa ne pensi se anch’io… (alla sua ragazza)? Cosa pensi potranno pensare se… (al suo psicoterapeuta)?

Un corso online non ha un vero appeal, però, e i prezzi aurei delle lezioni in aula ribaltano un tavolo al quale lui si è appena seduto; spesso l’abbocco su un possibile sconto valeva per, valeva da, valeva solo nel caso-in-cui. Tempo scaduto. Età in sopraeccedenza. I requisiti non mecciano il profilo.

Ma bisogna tirare avanti la carretta, almeno vedono che non stai con le mani in mano. Sebastiano non è certo l’esempio più azzeccato, perché ha avuto sempre dita nervose, dita da corsa, dita olimpiche. Se la sindrome della gamba senza riposo comincia alle soglie del sonno, la sua sindrome agli arti superiori lo accompagna solo durante la veglia. Sono le proposte di lavoro che legge dalla mattina alla sera a farlo sentire ancora più inadeguato di quanto sia, in maniera incontestabile e certificata; e anche questa enorme fucina di corsi, aperta a ridosso della crisi e ancora in piena attività, ha su di lui lo stesso effetto della ricerca di un lavoro: quante cose da sapere, quante cose dovrebbe studiare, quante cose là fuori che gli altri pretendono. È un menomato, sì, un cervello e un corpo senza applicazione, da ripostiglio; paradossale, vero? Perché di cose da fare ce ne sarebbero, strabordano, ed è facile esserne travolti e annegare. Se gli anni d’inesperienza non possono essere camuffati senza che qualcuno ti becchi alla prima domanda tecnica – le peggiori, si sa, non puoi millantare, o sai o non sai – almeno una toppa di corsi formativi potrebbe coprire il buco o i buchi, ciò che ha una profondità, come la nostra ignoranza abissale.

Requisito e offerta: X anni come gestore del personale? Corso sulla gestione del personale, costo: X euro / Requisito e offerta: X anni nella preparazione delle busta paga? Corso pratico di busta paga e gestione del personale, costo di entrata: X euro; ma se hai meno di y o più di z, un affare a partire da…?

C’è uno sfinimento che non è l’apice della fatica, ma risiede comunque nello sforzo di una corsa, di un affanno, dove però non c’è una direzione.

Ma alla fine, pure tu Sebastiano! Potevi pensarci prima a cosa volevi fare nella vita, a chi volevi essere nella vita, a come raggiungere i tuoi obiettivi, a come pianificarli, a come affrontare le frustrazioni e le sconfitte, e a trasformarle in propellente per il successo. Ma sei fortunato a vivere in quest’epoca, lo sei e non te ne accorgi: c’è un corso per imparare tutte queste cose che fa proprio al caso tuo. Ed è solo al costo di X euro, fino a venerdì, per quelli che hanno meno di Y anni.

Non stare con le mani in mano. Affrettati.

4 Giugno 2019

La prima chiamata senza fili

 

Questa rubrica è dedicata a scoperte, invenzioni e avvenimenti. Racconti che hanno come base verità storiche, e alcune licenze letterarie sparse lungo il loro breve svolgimento.

 

 

New York Hilton Hotel

6°Avenue, 53° strada

New York City

Midtown Manhattan

                                                                                         

3 Aprile 1973

 

Martin Cooper aveva smesso di parlare davanti a una nutrita schiera di giornalisti, arrivati all’Hilton per assistere alla presentazione del primo telefono senza fili. Così era stato promesso dalla Motorola Incorporation, la società per la quale Cooper lavorava dal 1954.

Le persone sono in continuo movimento. Noi siamo essenzialmente esseri-viventi-mobili. Il concetto era stato ripetuto più volte durante la conferenza stampa. Per quanto potesse suonare come un’ovvietà per i cronisti presenti, l’obiettivo era di accentuare il contrasto tra ciò che la Motorola aveva portato a termine e quello che i ricercatori della Bell, la rinomata divisione Ricerca e Sviluppo della società American Telephone & Telegraphe, stavano cercando di portare a compimento: una nuova versione del telefono per automobili. Sebbene già dal 1930 alcuni americani potevano vantarsi di averlo nelle loro Ford, nelle zone urbane era facile che il traffico delle chiamate si congestionasse, così da trasformare le attese in un tempo senza fine. Non bisognava digitare nessun numero, ma solo collegarsi alle poche frequenze radio disponibili. Il sistema rimase immutato per decenni, fino a quando i ricercatori della Bell non escogitarono di mappare il territorio con quelle che vennero chiamate celle, per far sì che il segnale potesse transitare da una all’altra, grazie all’utilizzo di trasmettitori sparsi per le città. La notizia ebbe la sua eco, ma due punti fondamentali avevano innervosito Cooper e il suo team: il primo era che l’AT&T aveva sempre avuto il monopolio dei servizi sui telefoni fissi, cosa non certo gradita alla pur seppure piccola ma promettente Motorola; il secondo era l’idea che il futuro della comunicazione fosse ancora legato alle automobili: una specie di smacco, una mancanza di creatività, per loro non più accettabile.

Le persone non vogliono parlare con le macchine. Nemmeno con una scrivania né con un muro. Le persone vogliono parlare con altre persone, ovunque esse si trovino. Gli slogan di Cooper erano riusciti a tenere accesa l’attenzione dei giornalisti, che trovarono molto audace la richiesta fatta alla Federal Communications Commission di concedere il permesso alle società private per operare nelle comunicazioni di rete attraverso le frequenze radio. La Motorola aveva le idee chiare e un percorso da battere. La sfida al monopolio dell’AT&T era stata lanciata davanti all’opinione pubblica e il cellulare che Cooper aveva appena finito di descrivere rappresentava il miglior viatico per ottenere quel permesso. Ma a pochi minuti dalla conclusione della conferenza stampa, l’ingegnere di Chicago, in giacca e cravatta, con i capelli brizzolati pettinati con cura all’indietro, afferrò con una mano il prototipo del primo cellulare portatile, il Dyna-Tac, e con l’altra indicò a uno dei giornalisti presenti di seguirlo fuori dalla sala conferenze dell’Hilton.

Appena usciti, Cooper guardò istintivamente in direzione della Burlington Consolidated Tower. Per ottenere il giusto effetto mediatico, lui e alcuni ingegneri della Motorola avevano installato un trasmettitore sul suo tetto il giorno prima. Sebbene la precisione lo avesse distinto in tutta la sua carriera, Cooper continuava a chiedersi se il cellulare avrebbe funzionato, benché fossero state fatte molte prove dall’esito positivo.

«Quindi, Mr. Cooper, lei è sicuro che il vostro nuovo telefono avrà un impatto sul mercato? Dopo la Giornata mondiale della Terra di tre anni fa, dovremmo aspettarci di celebrare la Giornata mondiale del Telefono Senza Fili? Secondo lei vedremo anche Nixon passeggiare per i giardini della Casa Bianca, parlando attraverso un telefono come quello? Che cosa mi consiglia di scrivere domani come titolo sul New York Times?»

Martin non stava prestando attenzione alle parole del giornalista, che sembrava al contempo divertito e stuzzicato dall’apparecchio che Cooper teneva in mano. L’ingegnere della Motorola non voleva dirgli che stava pensando a chi chiamare, dettaglio che in tutti quei mesi non aveva preso in considerazione.

«Non saprei. Nel nostro team ripetiamo che alle persone appena nate, in futuro, verrà assegnato un numero di telefono, e se non risponderanno ad ogni chiamata, ne pagheranno le conseguenze… amaramente. Ma forse questa previsione le potrà sembrare un po’ macabra. Tralascerei un titolo che suoni come a una condanna, anche se dopo averlo letto, chiunque finirebbe l’articolo… forse andrebbe bene per l’attacco iniziale».

Cooper iniziò a camminare sul marciapiede con passo febbricitante.

«Un buon titolo potrebbe essere: La Motorola presenta il telefono senza fili. Chiaro e conciso, non le pare?»

Il giornalista se lo segnò velocemente sul taccuino mentre inseguiva Martin, che diede una fugace occhiata ai brevi rimbalzi della macchina fotografica a tracolla del cronista.

«Quindi l’idea gli è venuta perché un sovrintendente della polizia venne da voi lamentandosi del fatto che i suoi poliziotti rimanevano bloccati in macchina per aspettare le chiamate, giusto? E non avevano così la possibilità di andare in giro a piedi in mezzo alla gente».

Cooper pensò alla prima volta che vide William Shatner, il capitano Kirk di Start Trek, usare quello che sembrava un telefono portatile senza fili in un episodio della serie.

«Sì, l’aneddoto del sovrintendente è stato una delle ragioni principali.»

Il giornalista aveva già preso nota della cosa durante la conferenza stampa. Annuì e disse in tono scherzoso:

«Spero solamente che questa cosa non prenda piede come Pong. Sa, quella specie di gioco elettronico che si trova nei bar, dove c’è una pallina che rimbalza da un lato dello schermo all’altro e tu devi essere bravo a prenderla e a rilanciarla. Lo chiamano simulatore… o qualcosa del genere».

Il giornalista accentuò con finta rassegnazione le ultime due parole, che richiamarono alla mente di Cooper, per dissomiglianza, la fissità dell’idea telefono/automobile dei suoi concorrenti alla Bell. E in quel momento, capì chi avrebbe dovuto chiamare.

Si fermò di colpo, prese il Dyna-Tac: più di un chilogrammo di peso – 25 centimetri di lunghezza, largo 4 e profondo quasi 8 – longevità della batteria, 20 minuti – compose il numero e si portò all’orecchio il cellulare.

Era visibilmente in agitazione.

Pensò al primo test fatto l’anno prima a Washington, dopo aver chiesto agli ingeneri della Motorola di presentargli le loro idee. Far entrare duecento parti diverse in un apparecchio che non doveva essere più grande di una scarpa non fu un’impresa facile e infatti, la versione finale del prototipo crebbe di settimana in settimana fino a raggiungere quelle dimensioni. Martin pensò alla montagna di soldi spesi dalla società e a quelli da spendere per arrivare alla commercializzazione del prodotto. Pensò alla partita di tennis che avrebbe voluto giocare il giorno dopo e alle immersioni che era solito fare alle Hawaii, quando lavorava nei sottomarini. Pensò a tutto questo, e poi sentì il peso del Dyna-Tac sulla mano e sul braccio: nessuno avrebbe potuto sostenerlo per più di venti minuti, ma per fortuna la batteria non era stata creata per durare più a lungo.

I newyorchesi che lo superavano sul marciapiede, si voltavano per vedere che cosa stesse facendo, mentre quelli che lo incrociavano, camminando dalla parte opposta, sgranavano gli occhi per poi voltarsi anch’essi appena lo avevano superato. Cooper, senza badare al traffico, e con la speranza che dall’altra parte rispondesse qualcuno, scese dal marciapiede, ma al primo passo sulla strada, il giornalista, che si trovava dietro di lui, lo tirò da un braccio verso di sé, salvandolo da una Corvette che stava arrivando a velocità spedita. Cooper sorrise imbarazzato, quando la voce del suo rivale, Joel Engel, ingegnere alla Bell, rispose dall’altro capo:

«Pronto?»

Cooper fece cenno al giornalista che afferrò la macchina e iniziò a scattare delle foto.

«Ciao Joel, sono Martin, e ti sto chiamando da un vero cellulare… da un vero – telefono – portatile – senza fili.»

Il giornalista scatto l’ultima foto. Gli occhi di Martin Cooper erano fissi sulla strada, ma nel complesso, l’espressione del volto era soddisfatta, quasi compiaciuta. La prima chiamata pubblica a un telefono fisso, dal primo cellulare in circolazione, non era stata perlomeno una chiamata senza risposta.

27 Marzo 2019

Marina

 

(dalla Serbia a Cracovia)

Marina si è svegliata e non riesce a riaddormentarsi. Il cruccio, che non le permette di adagiare e stendere la mente come un lenzuolo fresco sul letto, è come lei possa preparare della panna cotta senza usare lo zucchero? Forse le converrebbe usare lo sciroppo d’acero? Ma è troppo liquido, e probabilmente la panna non diventerebbe dura come da ricetta. Potrebbe quindi aggiungere più colla di pesce per renderla più solida? O forse, sarebbe meglio cercare consiglio in uno dei tanti siti dove prende spunto per sorprendere se stessa e il marito durante il weekend, quando ha tempo di cucinare un piatto nuovo, per un nuovo esperimento che solletichi olfatto e papille gustative.

Da ragazzina costeggiava la riva del fiume Zapadna Morava per andare nella palestra di Miky il veterano, un ometto idolatrato da tutte le donne di mezza età che si aspettavano lusinghe su come si sarebbero trasformate seguendo i suoi ordini: quali esercizi avrebbero dovuto fare per apparire come lui le dipingeva, diventando a pieno titolo il custode della loro vanità.

Marinica, ti ho visto mangiare della cioccolata ieri. Hai mai letto di una principessa con cosce enormi?”, e sfilava il metro a nastro per misurare i fianchi, spesso dimenticandosi di averlo legato al collo a mo’ di cravatta e girando per il paese come un sarto eccentrico a lezioni finite, lui, l’allenatore più basso e cicciotto che abbia mai avuto un tale seguito di devote nei Balcani.

Miky dice che si deve mangiare la frutta solo di mattina e mai dopo mezzogiorno.

Miky dice che a scuola non bisogna comprare i panini che vende Bogdan; ma per pranzo si devono mangiare i peperoni perché sono pieni di vitamina C.

Miky ha spaventato così tanto la sorella di Marinica- che in verità è sua cugina, ma è usanza tra loro chiamarsi sorelle – da farle giurare che non avrebbe mai più mangiato cioccolata in tutta la sua vita. Ed è così ormai da tempo, esattamente da 21 anni, 7 mesi, e una manciata di giorni.

Miky dice che bisogna sapere sempre cosa ci si mette nello stomaco.

E Marina ha fatto di quest’ultimo consiglio il suo primo comandamento, il secondo è la frutta prima di pranzo e il terzo è la cioccolata, che a volte non segue, ma non si è bravi ortodossi, se almeno una paio di volte l’anno non si commette peccato e non ci si pente a riguardo. Il cibo: sapere com’è, qual è, da dove proviene. Olio di palma? Bio? Fresco? Da allevamenti intensivi? Noci dalla Cina? C’è da fidarsi? Marina vorrebbe capirne di più. Non solo saper leggere dietro le confezioni di quali ingredienti sia fatto il cibo allineato sugli scaffali, ma di cosa abbia veramente bisogno il nostro corpo, per capire il motore e il suo propellente. Sul mercato ci sono diverse proposte: un corso di due mesi, il weekend, con esame scritto finale e attestato, non particolarmente dispendioso e valutato con un totale di quattro stelline su cinque. Un corso post laurea all’università, due anni, formula weekend, l’ottanta per cento di presenze in aula richieste. Un corso online, molto caro, ideato da specialisti del settore, per un totale di sei mesi, trecento ore di lezioni, ma bisognerebbe chiedere un prestito in banca.

La lingua non è un problema: ormai parla polacco meglio delle altre che conosce.

Il serbo e il polacco sono molto simili; è un po’ come lo spagnolo per gli italiani, il russo per gli ucraini, l’accento irlandese per gli americani del Wisconsin o il diletto di Modena per un bolognese. Marina potrebbe seguire quel corso, glielo ha consigliato una sua collega d’ufficio, che è già arrivata alla fine del terzo livello, e secondo la legge polacca potrebbe fare la dietista. Mollare l’ufficio per raddrizzare le calorie delle persone. L’idea non sembra male, ma è meglio fare un passo alla volta. Per ora non può lasciare il lavoro se non impelagandosi in mille carte da riempire per poter essere assunta in un altro. Non è cittadina dell’Unione Europea: un boccone amaro. Ma vorrebbe tanto preparare la panna cotta al gusto di limone, adesso che la luce sbianca le pareti a filo con le tende. Il problema dello zucchero? C’era quella cosa, quella pianta, un sostituto… la stevia! Sì! Potrebbe provare con quella, delle foglie verdi al posto del micidiale zucchero raffinato.

Miky sarebbe orgoglioso di lei.

Marinica ha continuato a seguire i suoi consigli dopo che lui ha lasciato le sue donne, ha chiuso la palestra e se n’è andato via.

 

2 Gennaio 2019

Il Cellulare

Il cellulare è indolente, al pari di un fermacarte o una spilla da balia. Il suo disinteresse filosofico non si cura affatto di chi lo ha creato, per quale tra le mille ragioni possibili, meglio io Iphone o io Samsung?, ma è sostituito da un genuino interesse per ciò di cui è composto e di cui può avere un’esperienza diretta; sono solo le sue componenti hardware che più gli interessano.

Sa che ha un orecchio sopra il quale se ne appoggia un altro, una bocca che aspira le parole uscite da labbra umide, una superficie tattile disponibile a ogni carezza.  Ha una memoria spaziosa e molti pensieri superflui; è alla mano e piuttosto ricercato. Ha ciò che serve, ma non tutto ciò che vorrebbe.

Cosa può mancare al più coccolato fra gli oggetti, allora?

L’odore.

Sì, proprio quello.

Basterebbe l’olezzo di una piuma d’oca, l’effluvio di un elisir gitano, o il leggero tanfo di una suoletta? Magari d’asfalto caramellato sotto il sole di luglio, o il fetore di sigarette spente in una bottiglia ormai vuota. L’esalazione di erbe aromatiche; i vapori di una tisana ai frutti di bosco, nella sua memoria c’è ancora quella ricerca: frutti-di-bosco, la sensuale rotondità di un chicco vermiglio ai piedi di un albero; o la nostalgia di quel profumo di salsedine sulle labbra tue dolcissime, salmodiata da una voce maschile attraverso l’app di una radio locale.

Per farlo sentire completo, a lui servirebbe l’odore di un cellulare, vago ma concreto, e non del cellulare, peculiare, distintivo, unico e diverso per ognuno dei suoi simili. Qualsiasi odore, pur di averne uno addosso.

È chiedere tanto?

E poi quel miraggio, pensarci crea esaltazione e sofferenze lancinanti perché impossibile da realizzare, almeno per le tecnologie odierne: possedere un profumo, sì!, un profumo, il messaggero delle cose superiori. Come in quel romanzo, letto attraverso il suo schermo lo scorso autunno. Il profumo, che fa concupire e annoda i corpi in orge sfrenate. Che giustifica l’omicidio per spruzzare estasi su per le narici degli uomini. Un profumo divorante e da divorare. Il profumo sfrenato di un cellulare.

Ma chissà… e chissà quando…

Una chimera, per lui e gli altri cellulari in giro per il mondo.

Alla fine lo sanno bene, ne fanno esperienza ogni giorno, occorre molto meno per far perdere la ragione ai loro proprietari: che la batteria si scarichi quando si aspetta un messaggino o la connessione internet sia assente quando è ormai diventato impossibile orientarsi con le stelle, o semplicemente chiedendo ai passanti.

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