I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

NELL’AMBASCIATA (racconto)

«Lei non ha già fatto domanda nel 2013?».
La donna continuava a fissare lo schermo del computer.
Le informazioni scambiate lungo i dodici sportelli, tra le pareti della sala sotterranea dell’ambasciata, si addensavano in un brusio cavernoso.
«Io non ho mai fatto richiesta per il visto nel 2013; se non pochi giorni fa, direttamente sul portale del vostro dipartimento di Stato».
«Capisco», rispose la donna. Cliccò due volte sul mouse, premette un tasto, strinse gli occhi per focalizzare i dati sullo schermo e disse. «..Ah!… chiarito». Poi tacque.
Avrà avuto una trentina d’anni. In carne. I capelli ricciuti, nerissimi, erano legati a coda di cavallo e le scendevano vibrando sulla schiena, a causa del refolo dell’aria condizionata, come lunghi fili calati da un tetto, eccitati dal vento e dalle vertigini. Indossava una maglietta aderente, color rame opaco, di una sfumatura più chiara della pelle mulatta. Continuava a battere sulla tastiera, come se stesse comunicando con qualcuno in tempo reale. E l’idea che quel qualcuno potesse trovarsi all’interno dell’ambasciata, magari in una stanza a un livello inferiore rispetto a dove si trovavano, lo inquietò. L’edificio, per quanto ne sapesse, poteva assomigliare a una piramide nascosta, di cui solo un blocco e la bandiera piantata sul vertice erano visibili dal cielo; o dal marciapiede in via M**, di fronte alla fermata dei tram. Si convinse dell’improbabilità che la donna stesse comunicando con qualcuno, perché lei continuava a martoriare i tasti, anche quando lui taceva; non stava quindi trasmettendo le sue risposte. Dell’ansia che stava provando, invece, non si preoccupò: tutti i richiedenti, in quella sala illuminata da lunghe lampade al neon, erano lievemente febbricitanti, quasi fossero a un appello d’esame. Di là dal vetro, un occhio di luce guardava la donna dall’alto; l’ampiezza del cono era misurata per illuminare lei, il computer e la scrivania, nulla di più. Lo sfondo era riempito dal buio, interrotto da due strisce parallele di luci bluastre, poco distanti tra loro, che si perdevano in profondità, fino a raggiungere quella che da lontano sembrava l’entrata di un camino, visibile grazie al colore freddo degli ultimi faretti.

[…]

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