Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

27 settembre 2018

La Ricerca

Cerco di svegliarmi presto la mattina, verso le cinque e mezza. Quelle prime ore, che s’interrompono alle nove quando esco da casa per andare a lavoro, seguono un ordine prestabilito, un palinsesto cui mi attengo, essendone il creatore e l’esecutore. La scaletta è la seguente: ginnastica, colazione, meditazione, scrittura e riflessione. Cerco di mantenere teso un filo, legato attorno alle abitudini che voglio rinsaldare.

L’altro giorno stavo facendo colazione davanti alla vetrata del salotto. Il sole stava cominciando a stendersi sulle case, i palazzi, gli alberi e i giardini condominiali. Mi alzai per mettere nel lavello la tazza vuota, e per un geometrico gioco di specchi, immagino, perché il sole non tocca le mura esterne del mio appartamento, i miei occhi furono colpiti per una frazione di secondo da un raggio rimbalzato da chissà quale finestra.

In alcune leggende popolari, ogni ora della nostra vita, appena morta, s’incarna e si cela in qualche oggetto materiale.

Così ricorda Proust, l’unico scrittore al mondo che abbia provato a trasformare il tempo in archeologia letteraria.

L’altro giorno, l’oggetto in cui erano intrappolati un ricordo e la sensazione emotiva legata a esso ha preso le sembianze di quel raggio. In quel momento si è sprigionato in me il ricordo di un cielo terso e abbacinante e un sole pieno e imponente; era il sole della California, dove, tuttavia, non sono mai stato. Ho impiegato alcuni attimi per capire che la gioia riesumata di quella luce e di quel luogo apparteneva a un ragazzino di 12 anni, seduto sul divano, mentre guardava in continuazione, grazie a una cassetta VHS e un registratore grande quanto un forno a legna, il film d’azione Point Break. Lo avete mai visto? I rapinatori surfisti di Los Angeles, il giovane infiltrato dell’FBI Johnny Utah, la sua crescente ammirazione per Bodhi, il capo della banda, un perfetto Patrick Swayze, e il loro inevitabile scontro alla fine della pellicola su una spiaggia australiana durante la tempesta del cinquantennio. Una trama appassionante, accompagnata dalle immagini dell’Oceano Pacifico alla ricerca dell’onda perfetta, dalle spiagge e dai falò notturni, dai lanci con il paracadute per estasiarsi di adrenalina e dall’onnipresenza del sole estivo californiano, l’imperatore, la divinità, il sol invictus. Per quanto possa sembrare impoetico il ricordo che quel raggio ha fatto emergere – un film hollywoodiano degli anni ‘90 -, lo stimolo all’avventura, la partecipazione al dramma e l’invidiabile senso di spensieratezza di un ragazzino imberbe sono stati d’animo intensi, vicini all’epica e alla poesia.

La resurrezione, come tutte le resurrezioni, è dovuta a un semplice caso.

Se io non mi fossi alzato in piedi per riporre la tazza nel lavello e qualche dirimpettaio non avesse chiuso o aperto la finestra, non avrei avuto modo di riassaporare in me quello che provavo in quegli interminabili pomeriggi sul divano. Gli oggetti di cui parla Proust, questi sì rivestiti di un potere talismanico, sono sparsi ovunque e in luoghi designati, sono una speciale infrazione al codice del presente, e come l’acqua sono un semplice e arcano mezzo di conduzione.

Se vivessimo il diluirsi del tempo senza parcellizzarlo, come se fosse lo specchio di un lago e non la corrente di un fiume, e se la nostra ricerca di un senso fosse meno museale e più affine, invece, a un’analogia immediata, che leghi alla forma la sua sostanza, chissà quanti di questi oggetti animati da ricordo ed emozioni ci farebbero rivivere il frammento di un passato che custodiscono. Non sempre rimuoviamo i traumi, ma spesso anche la gioia, l’estasi, e i momenti di assoluto conforto con la vita che si svolge attorno a noi e quella che germoglia nel nostro intimo. La nostra natura recide il troppo, e non fa distinzione tra poli opposti.

È successo che alcuni di questi incontri risvegliassero in me il ricordo di sogni passati. Non sto parlando della notte precedente o di quella prima, quando, sempre per puro caso – una parola, un pensiero, un colore – il giorno seguente ci torna alla memoria ciò che abbiamo lasciato affondare nel sonno e di cui non ricordiamo più nulla al nostro risveglio; nell’incontro con l’oggetto, con quel meccanismo temporale, riemergono sogni fatti mesi prima, addirittura anni, sebbene non collocabili con esattezza. Mi è capitato sull’autobus, una settimana fa, nell’esatto momento in cui si è fermato di fianco a un cartellone pubblicitario, al semaforo. Ed ecco che il ricordo di un edificio altissimo, che sprigionava un’ombra obliqua sul terreno, mi occupò la vista. Io sapevo di doverci entrare, e che la trama interna alle sue mura sarebbe stata simile a quella nascosta all’interno del mio corpo. Provai la stessa sensazione d’inquietudine, di fascinazione e di senso del dovere, grazie a una circostanza fortuita e a cartellone pubblicitario, dove una bella ragazza promuoveva corsi di lingua per stranieri a una sola fermata dall’ufficio.

Il nostro cervello immagazzina sia i ricordi reali (o quelli fittizi), sia i sogni che facciamo durante la fase REM. Immaginate solo per un istante se i primi fossero scalzati completamente dai secondi, dove i ricordi combacerebbero con le nostre produzioni oniriche. Ogni rimando al passato sarebbe una deviazione dell’inconscio. Ricordo e realtà non coinciderebbero mai, neppure per approssimazione; la mano sul fuoco continua a bruciare, mentre il nostro cervello ci assicura che afferrandolo acquisteremo il potere di Vulcano: lo abbiamo sognato la notte prima. Se fossimo fatti così, potremmo descriverla come una schizofrenia fisiologicamente sana; dovremmo però ignorare i sinistri risvolti di questa chimera: la storia sarebbe un guazzabuglio di visioni, il breve resoconto di una mitologia dell’estinzione.

I cinici assicurano che sia già così.

Ma è il continuo e genuino stupore nello scoprire come siamo fatti che trasforma l’incontro con gli oggetti in una domanda e un’affermazione. La seconda è che noi, senza rendercene conto, siamo i custodi di un tutt’uno che persiste più di quanto immaginiamo; mentre la prima, come conseguenza, è chiedersi cosa questo significhi veramente.

Quali sono i vostri oggetti? Le chiavi di un tempo e di sogni passati? Vi siete mai imbattuti in uno di essi? Non succede spesso, quasi mai, e bisognerebbe tenerne traccia.

Il corpo intriso di elettricità e di sostanze chimiche e la coscienza, con il suo potere di attenzione e produzione, sedimentano come strati geologici: nulla scompare ma ogni cosa viene ricoperta. Non c’è analogia con la terra più forte di questa.

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