Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Un incontro

La ruota medievale

Si erano incontrati per caso vicino al palazzetto dello sport, allestito, quel venerdì, come punto d’incontro tra le aziende e gli studenti in procinto di finire l’università, e quelli che ormai l’avevano finita da anni.
«Male», ci rispose senza girarci attorno.
Non è mai chiaro quando una domanda di cortesia sia fuori luogo; soprattutto quando non vedi una persona da anni.
«Voi?»
«Adesso conviviamo e io sto cercando lavoro. Lei invece non ha più di questi problemi».
«Part time. A tempo indeterminato», gli disse Laura.
«Beata te, almeno hai un posto fisso. Io sto cercando già da qualche anno. Ora faccio l’assistente all’Università, in forma gratuita. Non ho ancora trovato nulla. Il 110 non mi è servito, nemmeno la specializzazione. Arranco e vivo a casa dei miei. Almeno mi posso sfogare sugli studenti durante gli appelli di esame».
«Ci vai giù pesante?». Glielo chiesi nel tono malizioso di un complice.
«Non lo faccio di proposito, mi viene. Li stango su ogni inesattezza, anche la più piccola. Mi sale una tale rabbia per la loro negligenza da non riuscire a controllarmi». Non era vicino alle lacrime, ma a qualcosa di simile, per quanto opposto: nella sua euforia, – non sbatteva le palpebre e e scalfiva l’aria con la nettezza delle sue parole -, c’era molto della tragedia e del suo rifiuto. «Ci hanno sempre fatto credere che saremmo potuti diventare qualsiasi cosa. E adesso, per sentirmi appagato un paio d’ore a semestre, trasformo un’interrogazione nel supplizio della ruota medievale».
Concitato. Paonazzo. Non aveva smesso di dare battaglia, ma aveva solo cambiato fronte. Pochi giorni prima avevo sentito pronunciare la stessa frase da un mio amico. In verità era da tempo che la sentivo ripetere a cadenza regolare: saremmo potuti diventare qualsiasi cosa. La capivo, ma fino a un certo punto, ed è per questo che domandai al mio amico:
«Diventare cosa?».
«Qualsiasi cosa». Mancava di precisione, ma non di espressività. Mi aveva risposto con fastidio, come se avessi peccato di retorica.
«Ho capito, ma fammi un esempio. Nel tuo caso?».
Fu sempre impreciso, ma diretto. La stessa quantità di fastidio da sbattermi in faccia.
«Qualcosa d’importante».
Non dissi altro. Anch’io volevo essere misurato con il metro del prestigio. Nella mia testa funzionava così bene. Ed era tutto lì, a portata di mano. Sarebbe bastato spostare la vertigine al di fuori di sé, e cavalcarla, perché da dentro, domarla, non era poi così difficile. Nessuno potrà mai dirci che abbiamo peccato di poca immaginazione. 
Laura se ne voleva andare. Aveva iniziato a dondolare il ginocchio.
«Ti auguro di trovare un lavoro. Sono tempi infami, ma qualche cosa arriverà. Cerca di non decimarne troppi all’esame. Lo sai, le nuove generazioni sono debolucce», gli allungai la mano.
«Non ti prometto nulla».
Me la strinse e ci separammo. Una volta superato il ponte su via Matteotti, dissi a Laura.
«Non l’ho visto molto bene». 
«Senti, ma cosa voleva diventare! Uno che piangeva nei bagni della palestra perché Matteo e Sedi non gli passavano la palla, cosa può pretendere dalla vita».
Sorrisi. La sua cinica professionalità nel segare le gambe altrui, a volte mi divertiva; e a volte no, quando ne ero io l’obiettivo.
Bastava non farla arrabbiare.
«Hai ragione», le dissi stringendole le spalle. «Neanche a me volevano passarla. E io mica piangevo. Preferivo stendermi sulla gommapiuma a dormire».

Francesco Montori

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