Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Lo scontrino

La Retrovia

E fu così che Antonio Lorel decise di chiudersi nello sgabuzzino del suo locale La Retrovia, giurando che non ne sarebbe mai più uscito.
Ai pochi avventori che si erano accalcati alla porta, assieme alla sorella di Antonio, Marta Laurel, l’unica dei due che aveva scelto di non imbastardire il proprio cognome per meglio integrarsi nel paese dov’erano arrivati clandestinamente poco più che maggiorenni, il gestore continuava a urlare parole che agli altri sembravano insensate e, quindi, che promettevano bene: «O me o la cassa! O me o la cassa!».
Cos’era mai successo?
Quando Jacques Bernard, con il suo solito alito cattivo e il porta monete di finto marocchino, chiese di poter pagare il conto: due Paulaner medie e sette ciotole di patatine, Antonio batté i prezzi sul registratore di cassa e quello che ne uscì era il presagio di ciò che sarebbe successo di lì a qualche mese. Sullo scontrino erano presenti la data e l’ora di emissione, il numero di matricola del registratore, l’importo che Jacques Bernard avrebbe dovuto sborsare; ma mancava tutto il resto: il nome del locale e del proprietario, la ragione sociale, e la partita iva. Al quinto scontrino, in cui gli esiti furono gli stessi – la completa spersonalizzazione di sé come esercente – l’unica cosa che passò per la mente ad Antonio, quasi avesse voluto giustificarsi, fu: «Gli affari vanno male, è vero… ma non pensavo così tanto».

Chiunque potrà scrivere e rendere visibile il proprio esercizio, dopo aver lasciato l'indirizzo email.

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