Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

11 agosto 2017

Armando

 

Armando ha scelto di camminare.
A quei pochi che si fermano per parlar con lui, quando lo incrociano con lo sguardo rovesciato sul marciapiede e le unghie ficcate in bocca, risponde che ha deciso di perdere qualche chilo. Per giustificare il consumo delle sue All Star, alza la maglietta e dà sfoggio di quanto l’ombelico non sia più in asse con lo sterno. La pancia ha bisogno di un restauro, o di alcuni candelotti di dinamite.
Ma a nessuno è sfuggito che Armando ha iniziato a camminare dopo il mancato rinnovo del contratto. Tre anni all’interno di un bar, relegato in quarantena a farcire panini e brioche salate, a causa di una balbuzie che ha innestato una preposizione nel suo modo d’essere: Armando, infatti, è dietro. Dietro agli scaffali, dietro a quei pallet, dietro in cucina.
E dire che bastava un logopedista. Avresti dovuto farlo quando era tempo. Quante volte gliel’hanno detto i suoi amici; gli stessi che non si fermano quando lo vedono scalciare il marciapiede, e dentro di sé lo adocchiano come se la copia non conforme di Tom Hanks abbia deciso di camminare, nulla più, come Forrest Gump aveva deciso di correre, pace all’anima sua, solo perché ne aveva voglia.
Ma se non si aggiusta la voce, come lo troverà un impiego? Vuoi stare davanti a qualcuno, per amor del cielo, senza fargli venire voglia di scappare, saltando sulle tue sillabe inceppate come si salta sui sassi al fiume. Vuoi capire che un giorno i panini li farcirà un robot, prodotto da una società Hi-Tech di catering? Che quegli scatoloni laggiù non hanno più bisogno di braccia umane, e che un giorno i muletti parleranno la tua stessa lingua, e sai cosa? Loro di sicuro non tartaglieranno. Capisci che questo mondo si sta trasformando in un’iper premurosa e cinica macchina parlante, la nostra sfavillante Supercar, e quando tu dovrai farle capire dove sei, appena sentirà la palla da biliardo attorcigliata alla tua lingua, sai cosa farà? Ti lascerà a piedi. E prima che tu riesca a dirle: “KITT, torna indietro. Sono rimasto solo”, finalmente – e questo non lo pensano i tuoi amici al bar – scoprirai di non esserlo più. La grande macchina parlante avrà lasciato a piedi una buona fetta di esseri umani, che cammineranno con te, sfregando le suole sul cemento.

Nessuno sa cosa passi per la testa ad Armando. Nessuno. Cammina con le dita ficcate in bocca, e non guarda davanti a sé. Forse in questi giorni l’hanno chiamato per stare: dove?
Dietro.
E forse allora non lo vedremo più per le strade del quartiere, perché starà rammendando la sua lingua in qualche sgabuzzino. E in questo caso, per lo meno, buttare giù la pancia sarà un problema da viziati; da risolvere un domani, quando non gli rinnoveranno più l’ennesimo contratto.

Ma intanto cammina,
Armando

Cammina

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