Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

E intanto la triste verità era che non tutti potevano essere straordinari, non tutti pote...

Jonathan Franzen, Le Correzioni

27 Maggio 2020

A posteriori, un ippopotamo

Un’immagine vale più di 1000 parole? Sì, se una persona non è capace di esprimersi o di capirle. Delitto di lesa maestà verso quella fetta di popolazione che viene ingiustamente descritta come analfabeta funzionale? No, almeno non da parte mia. Sua maestà è la gentilezza, il resto è decoro, etichetta e diademi di dubbio gusto. C’è poco da ridere o da lamentarsi – una noia mortale, insomma -, ma nulla di cui essere meravigliati. Nella nostra società convergono diverse “crazie”, una di queste è il sigillo odierno che le racchiude: l’iconocrazia, il potere dell’immagine. Con il collettivo Dogon, attraverso il racconto orale avevamo cercato di mettere in risalto le parole in quanto tali: un suono con senso e significato, che tintinna nella bocca di qualcuno e brinda nelle orecchie di che le ascolta.

Ok, mi dicono di parlare come mangio. Da qui in poi lo farò. Sono un divoratore di cioccolata al latte con nocciole, quindi userò parole zuccherate, parole mammellari e fruttuose, ricche di vitamine E. La domanda è semplice: capisci o no? Un’immagine è diretta, non richiede chissà quale sforzo di comprensione. Ergo, se t’inietti immagini su uno schermo dalla mattina alla sera, l’espressione da ebete che si svilupperà orizzontalmente sul tuo viso non sarà causata solo dall’estrema botta momentanea, ma anche dai danni neuronali irreversibili. Sei passivo e appassisci, in tutti i sensi.

Giochetto da fare insieme, ora. Alza lo sguardo e fissa quello che hai davanti agli occhi. Pronto? Bene. Adesso prova a immaginare quello che stai fissando. Ci riesci? Io credo di no. Perché? Perché il cervello va in tilt, non può sdoppiare uno stimolo che proviene dallo stesso senso. L’immagine è coercitiva, è “bullica” (questa parola mi è venuta così e la lascio, mi scuserete). Un’immagine è il fondo schiena di un ippopotamo che ti chiede di insaponargli le natiche perché lui non ci arriva, mentre fate il bagnetto insieme nella vasca. L’immagine è diretta e insopprimibile: per quanto assurda, appacificante e piacevole possa essere. Ti dice “guardami”, perché è la tua vista a essere sua maestà.

Ok, ora facciamo un altro giochetto. Immagina di essere in piedi su una passerella di legno in riva a un lago -sulla sponda opposta inizia un bosco di betulle – il sole sta calando, non è visibile al tuo sguardo: è un anello stretto al dito dell’orizzonte – il lago in superficie è un giacimento aurifero, ma è solo grazie al riflesso dei colori caldi e appannati del tramonto – l’atmosfera è tiepida – il vento è leggero e carezzevole – ti volti, con l’aria trasognata – e davanti a te c’è il solenne fondo schiena di un ippopotamo che inizi a grattare perché poverino lui non ci arriva – in tutto questo indossi una mascherina, ovviamente, ma non per contrastare il Corona virus.
Ecco, se hai capito il breve testo e sei riuscito a immaginarne gli elementi che lo compongono (a parte le betulle, quelle vigliacche), hai di nuovo fatto esperienza di cosa sia la lettura e il racconto orale.

“Dacci una sola differenza con le immagini!”, mi chiede un gruppetto di analfabeti funzionali lì dabbasso. Certo! Aprite la cambusa perché adesso arriva il cibo. Affinano la nostra immaginazione e il nostro potere creativo, e quindi la facoltà di unire i tasselli, di risolvere problemi sempre più complessi, di rinnovare le nostre giornate e di innovare quelle degli altri; nei giorni buoni potreste anche diventare il punto d’incontro delle energie che danzano nell’universo (esagerato? “melius est abundare quam deficere”).
La lettura e il racconto orale non hanno cornici, e quindi confini; la nostra mente va sempre al di là di ciò che legge e ascolta. È un atto d’amore condiviso, coinvolgente. Diventi tu stesso co-autore di chi ha scritto quelle parole o ha dato loro espressività attorno a un fuoco, davanti a una birra, o su un palco; anzi, tu completi la loro opera, in qualche modo la espandi. Un racconto non ti chiede mai di fermarti al punto. … … …

Secondo me ne vale la pena, no?

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