Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 Gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

27 Marzo 2019

Marina

Marina si è svegliata e non riesce a riaddormentarsi. Il cruccio, che non le permette di adagiare e stendere la mente come un lenzuolo fresco sul letto, è come lei possa preparare della panna cotta senza usare lo zucchero? Forse le converrebbe usare lo sciroppo d’acero? Ma è troppo liquido, e probabilmente la panna non diventerebbe dura come da ricetta. Potrebbe quindi aggiungere più colla di pesce per renderla più solida? O forse, sarebbe meglio cercare consiglio in uno dei tanti siti dove prende spunto per sorprendere se stessa e il marito durante il weekend, quando ha tempo di cucinare un piatto nuovo, per un nuovo esperimento che solletichi olfatto e papille gustative.

Da ragazzina costeggiava la riva del fiume Zapadna Morava per andare nella palestra di Miky il veterano, un ometto idolatrato da tutte le donne di mezza età che si aspettavano lusinghe su come si sarebbero trasformate seguendo i suoi ordini: quali esercizi avrebbero dovuto fare per apparire come lui le dipingeva, diventando a pieno titolo il custode della loro vanità.

Marinica, ti ho visto mangiare della cioccolata ieri. Hai mai letto di una principessa con cosce enormi?”, e sfilava il metro a nastro per misurare i fianchi, spesso dimenticandosi di averlo legato al collo a mo’ di cravatta e girando per il paese come un sarto eccentrico a lezioni finite, lui, l’allenatore più basso e cicciotto che abbia mai avuto un tale seguito di devote nei Balcani.

Miky dice che si deve mangiare la frutta solo di mattina e mai dopo mezzogiorno.

Miky dice che a scuola non bisogna comprare i panini che vende Bogdan; ma per pranzo si devono mangiare i peperoni perché sono pieni di vitamina C.

Miky ha spaventato così tanto la sorella di Marinica- che in verità è sua cugina, ma è usanza che tra loro si chiamino sorelle – da farle giurare che non avrebbe mai più mangiato cioccolata in tutta la sua vita. Ed è così ormai da tempo, esattamente da 21 anni, 7 mesi, e una manciata di giorni.

Miky dice che bisogna sapere sempre cosa ci si mette nello stomaco.

E Marina ha fatto di quest’ultimo consiglio il suo primo comandamento, il secondo è la frutta prima di pranzo e il terzo è la cioccolata, che a volte non segue, ma non si è bravi ortodossi, se almeno una paio di volte l’anno non si commette peccato e non ci si pente a riguardo. Il cibo: sapere com’è, qual è, da dove proviene. Olio di palma? Bio? Fresco? Da allevamenti intensivi? Noci dalla Cina? C’è da fidarsi? Marina vorrebbe capirne di più. Non solo saper leggere dietro le confezioni di quali ingredienti sia fatto il cibo allineato sugli scaffali, ma di cosa abbia veramente bisogno il nostro corpo, per capire il motore e il suo propellente. Sul mercato ci sono diverse proposte: un corso di due mesi, il weekend, con esame scritto finale e attestato, non particolarmente dispendioso e valutato con un totale di quattro stelline su cinque. Un corso post laurea all’università, due anni, formula weekend, l’ottanta per cento di presenze in aula richieste. Un corso online, molto caro, ideato da specialisti del settore, per un totale di sei mesi, trecento ore di lezioni, ma bisognerebbe chiedere un prestito in banca.

La lingua non è un problema: ormai parla polacco meglio delle altre che conosce.

Il serbo e il polacco sono molto simili; è un po’ come lo spagnolo per gli italiani, il russo per gli ucraini, l’accento irlandese per gli americani del Wisconsin o il diletto di Modena per un bolognese. Marina potrebbe seguire quel corso, glielo ha consigliato una sua collega d’ufficio, che è già arrivata alla fine del terzo livello, e secondo la legge polacca potrebbe fare la dietista. Mollare l’ufficio per raddrizzare le calorie delle persone. L’idea non sembra male, ma è meglio fare un passo alla volta. Per ora non può lasciare il lavoro se non impelagandosi in mille carte per poter essere assunta in un altro. E vorrebbe tanto preparare la panna cotta al gusto di limone, adesso che la luce sbianca le pareti a filo con le tende. Il problema dello zucchero? C’era quella cosa, quella pianta, un sostituto… la stevia! Sì! Potrebbe provare con quella, delle foglie verdi al posto del micidiale zucchero raffinato.

Miky sarebbe orgoglioso di lei.

2 Gennaio 2019

Il Cellulare

Il cellulare è indolente, al pari di un fermacarte o una spilla da balia. Il suo disinteresse filosofico non si cura affatto di chi lo ha creato, per quale tra le mille ragioni possibili, meglio io Iphone o io Samsung?, ma è sostituito da un genuino interesse per ciò di cui è composto e di cui può avere un’esperienza diretta; sono solo le sue componenti hardware che più gli interessano.

Sa che ha un orecchio sopra il quale se ne appoggia un altro, una bocca che aspira le parole uscite da labbra umide, una superficie tattile disponibile a ogni carezza.  Ha una memoria spaziosa e molti pensieri superflui; è alla mano e piuttosto ricercato. Ha ciò che serve, ma non tutto ciò che vorrebbe.

Cosa può mancare al più coccolato fra gli oggetti, allora?

L’odore.

Sì, proprio quello.

Basterebbe l’olezzo di una piuma d’oca, l’effluvio di un elisir gitano, o un leggero tanfo? Magari d’asfalto caramellato sotto il sole di luglio, o il fetore di sigarette spente in una bottiglia ormai vuota. L’esalazione di erbe aromatiche; i vapori di una tisana ai frutti di bosco, nella sua memoria c’è ancora quella ricerca: frutti-di-bosco, la sensuale rotondità di un chicco vermiglio ai piedi di un albero; o la nostalgia di quel profumo di salsedine sulle labbra tue dolcissime, salmodiata da una voce maschile attraverso l’app di una radio locale.

Per farlo sentire completo, a lui servirebbe l’odore di un cellulare, vago ma concreto, e non del cellulare, peculiare, distintivo, unico e diverso per ognuno dei suoi simili. Qualsiasi odore, pur di averne uno addosso.

È chiedere tanto?

E poi quel miraggio, pensarci crea esaltazione e sofferenze lancinanti perché impossibile da realizzare, almeno per le tecnologie odierne: possedere un profumo, sì!, un profumo, il messaggero delle cose superiori. Come in quel romanzo, letto attraverso il suo schermo lo scorso autunno. Il profumo, che fa concupire e annoda i corpi in orge sfrenate. Che giustifica l’omicidio per spruzzare estasi su per le narici degli uomini. Un profumo divorante e da divorare. Il profumo sfrenato di un cellulare.

Ma chissà… e chissà quando…

Una chimera, per lui e gli altri cellulari in giro per il mondo.

Alla fine lo sanno bene, ne fanno esperienza ogni giorno, occorre molto meno per far perdere la ragione ai loro proprietari: che la batteria si scarichi quando si aspetta un messaggino o la connessione internet assente quando è ormai diventato impossibile orientarsi.

27 Settembre 2018

La Ricerca

Cerco di svegliarmi presto la mattina, verso le cinque e mezza. Quelle prime ore, che s’interrompono alle nove quando esco da casa per andare a lavoro, seguono un ordine prestabilito, un palinsesto cui mi attengo, essendone il creatore e l’esecutore. La scaletta è la seguente: ginnastica, colazione, meditazione, scrittura e riflessione. Cerco di mantenere teso un filo, legato attorno alle abitudini che voglio rinsaldare.

L’altro giorno stavo facendo colazione davanti alla vetrata del salotto. Il sole stava cominciando a stendersi sulle case, i palazzi, gli alberi e i giardini condominiali. Mi alzai per mettere nel lavello la tazza vuota, e per un geometrico gioco di specchi, immagino, perché il sole non tocca le mura esterne del mio appartamento, i miei occhi furono colpiti per una frazione di secondo da un raggio rimbalzato da chissà quale finestra.

In alcune leggende popolari, ogni ora della nostra vita, appena morta, s’incarna e si cela in qualche oggetto materiale.

Così ricorda Proust, l’unico scrittore al mondo che abbia provato a trasformare il tempo in archeologia letteraria.

L’altro giorno, l’oggetto in cui erano intrappolati un ricordo e la sensazione emotiva legata a esso ha preso le sembianze di quel raggio. In quel momento si è sprigionato in me il ricordo di un cielo terso e abbacinante e un sole pieno e imponente; era il sole della California, dove, tuttavia, non sono mai stato. Ho impiegato alcuni attimi per capire che la gioia riesumata di quella luce e di quel luogo apparteneva a un ragazzino di 12 anni, seduto sul divano, mentre guardava in continuazione, grazie a una cassetta VHS e un registratore grande quanto un forno a legna, il film d’azione Point Break. Lo avete mai visto? I rapinatori surfisti di Los Angeles, il giovane infiltrato dell’FBI Johnny Utah, la sua crescente ammirazione per Bodhi, il capo della banda, un perfetto Patrick Swayze, e il loro inevitabile scontro alla fine della pellicola su una spiaggia australiana durante la tempesta del cinquantennio. Una trama appassionante, accompagnata dalle immagini dell’Oceano Pacifico alla ricerca dell’onda perfetta, dalle spiagge e dai falò notturni, dai lanci con il paracadute per estasiarsi di adrenalina e dall’onnipresenza del sole estivo californiano, l’imperatore, la divinità, il sol invictus. Per quanto possa sembrare impoetico il ricordo che quel raggio ha fatto emergere – un film hollywoodiano degli anni ‘90 -, lo stimolo all’avventura, la partecipazione al dramma e l’invidiabile senso di spensieratezza di un ragazzino imberbe sono stati d’animo intensi, vicini all’epica e alla poesia.

La resurrezione, come tutte le resurrezioni, è dovuta a un semplice caso.

Se io non mi fossi alzato in piedi per riporre la tazza nel lavello e qualche dirimpettaio non avesse chiuso o aperto la finestra, non avrei avuto modo di riassaporare in me quello che provavo in quegli interminabili pomeriggi sul divano. Gli oggetti di cui parla Proust, questi sì rivestiti di un potere talismanico, sono sparsi ovunque e in luoghi designati, sono una speciale infrazione al codice del presente, e come l’acqua sono un semplice e arcano mezzo di conduzione.

Se vivessimo il diluirsi del tempo senza parcellizzarlo, come se fosse lo specchio di un lago e non la corrente di un fiume, e se la nostra ricerca di un senso fosse meno museale e più affine, invece, a un’analogia immediata, che leghi alla forma la sua sostanza, chissà quanti di questi oggetti animati da ricordo ed emozioni ci farebbero rivivere il frammento di un passato che custodiscono. Non sempre rimuoviamo i traumi, ma spesso anche la gioia, l’estasi, e i momenti di assoluto conforto con la vita che si svolge attorno a noi e quella che germoglia nel nostro intimo. La nostra natura recide il troppo, e non fa distinzione tra poli opposti.

È successo che alcuni di questi incontri risvegliassero in me il ricordo di sogni passati. Non sto parlando della notte precedente o di quella prima, quando, sempre per puro caso – una parola, un pensiero, un colore – il giorno seguente ci torna alla memoria ciò che abbiamo lasciato affondare nel sonno e di cui non ricordiamo più nulla al nostro risveglio; nell’incontro con l’oggetto, con quel meccanismo temporale, riemergono sogni fatti mesi prima, addirittura anni, sebbene non collocabili con esattezza. Mi è capitato sull’autobus, una settimana fa, nell’esatto momento in cui si è fermato di fianco a un cartellone pubblicitario, al semaforo. Ed ecco che il ricordo di un edificio altissimo, che sprigionava un’ombra obliqua sul terreno, mi occupò la vista. Io sapevo di doverci entrare, e che la trama interna alle sue mura sarebbe stata simile a quella nascosta all’interno del mio corpo. Provai la stessa sensazione d’inquietudine, di fascinazione e di senso del dovere, grazie a una circostanza fortuita e a cartellone pubblicitario, dove una bella ragazza promuoveva corsi di lingua per stranieri a una sola fermata dall’ufficio.

Il nostro cervello immagazzina sia i ricordi reali (o quelli fittizi), sia i sogni che facciamo durante la fase REM. Immaginate solo per un istante se i primi fossero scalzati completamente dai secondi, dove i ricordi combacerebbero con le nostre produzioni oniriche. Ogni rimando al passato sarebbe una deviazione dell’inconscio. Ricordo e realtà non coinciderebbero mai, neppure per approssimazione; la mano sul fuoco continua a bruciare, mentre il nostro cervello ci assicura che afferrandolo acquisteremo il potere di Vulcano: lo abbiamo sognato la notte prima. Se fossimo fatti così, potremmo descriverla come una schizofrenia fisiologicamente sana; dovremmo però ignorare i sinistri risvolti di questa chimera: la storia sarebbe un guazzabuglio di visioni, il breve resoconto di una mitologia dell’estinzione.

I cinici assicurano che sia già così.

Ma è il continuo e genuino stupore nello scoprire come siamo fatti che trasforma l’incontro con gli oggetti in una domanda e un’affermazione. La seconda è che noi, senza rendercene conto, siamo i custodi di un tutt’uno che persiste più di quanto immaginiamo; mentre la prima, come conseguenza, è chiedersi cosa questo significhi veramente.

Quali sono i vostri oggetti? Le chiavi di un tempo e di sogni passati? Vi siete mai imbattuti in uno di essi? Non succede spesso, quasi mai, e bisognerebbe tenerne traccia.

Il corpo intriso di elettricità e di sostanze chimiche e la coscienza, con il suo potere di attenzione e produzione, sedimentano come strati geologici: nulla scompare ma ogni cosa viene ricoperta. Non c’è analogia con la terra più forte di questa.

29 Luglio 2018

Jameela

(dalla Siria a Roma)

Jameela è ferma ad un incrocio.

Davanti a sé, bordato di un rosso accesso, un rettangolo bianco con al centro una x marcata le sta intimando qualcosa. Quel simbolo è un avviso che scongiura un pericolo; mette in guardia, a patto che lei lo sappia leggere. È un alfabeto di segni non dissimile da quello che compone ogni lingua scritta. E più che intimare, infatti, quel rettangolo – che un giorno Jameela affronterà, da sola, per strada – le sta chiedendo qualcosa di specifico, attraverso le lettere stampate su un libro: Il segnale raffigurato non si trova sul tratto di strada con diritto di precedenza. Una risposta da crocettare: Vero / Falso. Domanda numero ventisette su quaranta; uno dei test all’interno del corposo manuale teorico-pratico per la patente B.

Jameela ha deciso di prenderla non tanto per guidare una macchina, ma perché era arrivato il momento di sentirsene capace e con tutte le carte in regola per poterlo fare. Come se avere padronanza della guida, le avrebbe permesso di avere polso sul mondo intero. Tuttavia, quelle domande le nascondono più di una semplice risposta; ingarbugliano un senso che a una prima lettura manca del tutto, a una seconda si mantiene nell’ombra, e a una terza – senza precipitarsi, leggendo con voce alta e raffigurandosi nella mente una strada, un segnale, una piccola utilitaria e lei – inizia a scoprirsi, spogliandosi della pericolosità di un trabocchetto e mostrandosi per ciò che è: una frase ostica per una ragazza che vive in Italia da cinque anni e che, a cadenza regolare, si ripromette di leggere di più, senza mai farlo veramente.

Lo spazio di frenatura diventa sedici volte maggiore se la velocità si quadruplica. Un’altra risposta da crocettare: Vero / Falso. Domanda numero ventotto su quaranta. Le sembra di aver colto il senso. Sorride per quella parola ‘pomposa’, come le aveva spiegato un ragazzo durante le lezioni di teoria: “Si dice frenata. Una bella frenata! Non una bella frenatura!”.

Jameela si chiede se deve calcolare quanto sia lo spazio descritto dai numeri nella domanda. 16, e fin qui tutto chiaro; quadruplica significa 4 volte tanto, questo lo aveva imparato già da almeno un paio d’anni. Doppio, triplo, quadruplo. 4 x 4 =16. La risposta è Vero, allora. Sta per crocettarla con la punta fine di una matita HB, la stessa che usa per disegnare a mano libera alcuni modelli. Tentenna, alza la mano dalla pagina e rilegge la frase. Ne è quasi sicura. Crede, però, di averne  rpima sbagliate altre. Alla quinta risposta errata, arriverebbe l’inevitabile bocciatura. Mentre sta per decidere se passare alla prossima domanda, non può fare a meno di pensare a quando inizierà le guide pratiche con il maestro. È convinta che ce ne vorranno tantissime, perché non ha mai guidato in vita sua. (In verità solo una volta, in campagna, con un’amica di Firenze, che a volte le prendeva il volante e le teneva una mano appoggiata sulla spalla per calmarla). Le serviranno un bel po’ di soldi per le lezioni, e molta pazienza e coraggio. Ma la patente è un dovere verso se stessi e non è poi così impossibile ottenerla. Si accende la macchina, si controllano gli specchietti esterni e quello retrovisore, se il sedile è alla giusta altezza, ci si allaccia la cintura, si preme la frizione, si mette in prima, si lascia leggermente il pedale, e si spinge altrettanto leggermente quello del gas. E poi, come se Jameela volesse andare a Torvaianica per un pomeriggio di mare, si parte con la radio accesa.

19 Giugno 2018

La Volpe

La volpe ha fatto della propria difesa l’unico compromesso per uscire allo scoperto:

«È stato il gatto a circuirci! Quando il gatto parla: miagola e ti si struscia addosso; e come per i cuccioli d’uomo quando sono in fasce, è difficile resistere. Vi posso garantire che quel burattino non era fatto di legno, ma di segatura. Quanta fragilità d’animo e poca dimestichezza con la realtà: chi affiderebbe cinque monetuzze d’oro alla terra umida, che s’inghiotte anche i cadaveri e le radici delle querce?».

La volpe drizza la sua coda lunga e folta, e poi la incurva quasi chiudendola ad anello; dà le spalle all’aula come se dovesse guardare da un oblò lo spettacolo del mondo e, fulminea, si gira di scatto e appoggia il mento bianco sulla coda, accovacciandosi sulla sedia degli imputati. Rivolge i suoi occhi luminosi e aguzzi al pubblico ministero e poi prosegue:

«A me non è mai piaciuta l’uva, figuriamoci perdere del tempo per acciuffarla da un ramo. E poi, secondo la favola cosa non sarei riuscita a fare? Reagire a una sconfitta fingendo di non aver mai desiderato la vittoria? Questa è la morale? Esopo e poesie, o poca sincerità? L’unica cosa che una volpe non sa fare è mentire. Bisogna essere spietati e sadicamente onesti per sopravvivere all’inseguimento di una muta di segugi e uomini cavalcioni su destrieri ben curati. Voi mi accusate di strage! Ma io chiamerei sul banco degli impuntati l’Inghilterra!».

Il giudice redarguisce la volpe, che dal basso lo squadra come se di fianco a sé torreggiasse un britannico a cavallo, per poi ricadere con il muso sulla coda e raccogliere così l’attenzione dei giurati:

«Io sono un’onnivora, ma con il tempo ho imparato ad apprezzare la frugalità dei funghi di montagna e dell’erba tagliata fine. Sono il primo canide che è diventato vegetariano per scelta, e difensore dei più deboli per vocazione. Io non torcerei mai una piuma a una gallina, e non entrerei in un pollaio per non sporcarmi i cuscinetti delle zampe», la volpe si alza, si stira e trema, e dagli occhi, come se avesse cercato di non offrirle al pubblico, escono pesanti lacrime di cane: «Io, egregi signori della corte, credetemi!: sono venuta al mondo per una sola ragione! Qui, tra voi: per difendere i polli dalle faine!».

Brividi arancioni scorrono sulle schiene dei presenti! Brividi sulle pareti gialle dell’aula di giustizia; sulle sedie reclinabili in legno, dove sono accovacciati familiari giornalisti e curiosi; brividi sul banco dei testimoni; brividi di ammirazione su quello degli avvocati difensori.

«E infatti… chi potrebbe mai confondere una volpe con una faina, se non la creatura che l’ha trascinata in questo processo?».

Brividi ovunque! Nel mondo minerale, vegetale e, viste le circostanze, in quello animale.

«J’accuse il sistema inquisitorio messo in piedi dal pubblico ministero per la sua imprecisione e pochezza. J’accuse la riprovevole indifferenza delle città e dei suoi abitanti, che costringono noi naturali esseri diurni a uscire allo scoperto per cibarci dei rimasugli del McDonald’s, quando il buio è rotto solo dai lampioni e dai fari delle automobili. J’accuse chi ha preso la nostra immagine per farne dei loghi, come il motore di ricerca Firefox o la carta igienica Foxy, e non ha mai firmato neppure una petizione contro la nostra caccia nel Regno Unito. J’accuse le faine e il loro trasformismo, che ci ha rese protagoniste di un macabro show al quale non abbiamo mai partecipato: siete brave a travestirvi da volpi, faine, ma noi saremo ancora più brave a smascherarvi. E in ultimo: io accuso la signora talpa che continua a sostenere di aver visto ciò che non poteva. Che la sua onestà non sia miope come lo sono i suoi occhi!».

La signora talpa, tremante, vicina allo svenimento, non guarda esattamente nella direzione da cui proviene l’arringa. Molti sanno che è costretta a condividere la sua tana con la stessa volpe che ora la sta accusando. Non si può certo dire che siano due cuori e una capanna. Se l’era ritrovata lì, un pomeriggio, incantucciata in un angolo. La volpe non le aveva chiesto il permesso, ma si era intrufolata per restare, come se a lei fosse dovuta ogni comodità. E la talpa, sapendosi non avvezza allo scontro fisico, lì l’aveva lasciata. Ora, immaginandosi la sua coinquilina agguerrita e allo stesso tempo di una lievità sulfurea, di un fascino da frutto e da tramonto, teme che dalla sua accusa iniziale, lei, povera talpa, finisca per essere l’accusata. Perché si sa che alla bellezza di una volpe si perdona tutto; mentre lei, che non possiede affatto questa qualità, a parità di buio: preferisce quello ospitale della sua tana a quello tetro di una cella.

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