Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

11 agosto 2017

Armando

 

Armando ha scelto di camminare.
A quei pochi che si fermano per parlar con lui, quando lo incrociano con lo sguardo rovesciato sul marciapiede e le unghie ficcate in bocca, risponde che ha deciso di perdere qualche chilo. Per giustificare il consumo delle sue All Star, alza la maglietta e dà sfoggio di quanto l’ombelico non sia più in asse con lo sterno. La pancia ha bisogno di un restauro, o di alcuni candelotti di dinamite.
Ma a nessuno è sfuggito che Armando ha iniziato a camminare dopo il mancato rinnovo del contratto. Tre anni all’interno di un bar, relegato in quarantena a farcire panini e brioche salate, a causa di una balbuzie che ha innestato una preposizione nel suo modo d’essere: Armando, infatti, è dietro. Dietro agli scaffali, dietro a quei pallet, dietro in cucina.
E dire che bastava un logopedista. Avresti dovuto farlo quando era tempo. Quante volte gliel’hanno detto i suoi amici; gli stessi che non si fermano quando lo vedono scalciare il marciapiede, e dentro di sé lo adocchiano come se la copia non conforme di Tom Hanks abbia deciso di camminare, nulla più, come Forrest Gump aveva deciso di correre, pace all’anima sua, solo perché ne aveva voglia.
Ma se non si aggiusta la voce, come lo troverà un impiego? Vuoi stare davanti a qualcuno, per amor del cielo, senza fargli venire voglia di scappare, saltando sulle tue sillabe inceppate come si salta sui sassi al fiume. Vuoi capire che un giorno i panini li farcirà un robot, prodotto da una società Hi-Tech di catering? Che quegli scatoloni laggiù non hanno più bisogno di braccia umane, e che un giorno i muletti parleranno la tua stessa lingua, e sai cosa? Loro di sicuro non tartaglieranno. Capisci che questo mondo si sta trasformando in un’iper premurosa e cinica macchina parlante, la nostra sfavillante Supercar, e quando tu dovrai farle capire dove sei, appena sentirà la palla da biliardo attorcigliata alla tua lingua, sai cosa farà? Ti lascerà a piedi. E prima che tu riesca a dirle: “KITT, torna indietro. Sono rimasto solo”, finalmente – e questo non lo pensano i tuoi amici al bar – scoprirai di non esserlo più. La grande macchina parlante avrà lasciato a piedi una buona fetta di esseri umani, che cammineranno con te, sfregando le suole sul cemento.

Nessuno sa cosa passi per la testa ad Armando. Nessuno. Cammina con le dita ficcate in bocca, e non guarda davanti a sé. Forse in questi giorni l’hanno chiamato per stare: dove?
Dietro.
E forse allora non lo vedremo più per le strade del quartiere, perché starà rammendando la sua lingua in qualche sgabuzzino. E in questo caso, per lo meno, buttare giù la pancia sarà un problema da viziati; da risolvere un domani, quando non gli rinnoveranno più l’ennesimo contratto.

Ma intanto cammina,
Armando

Cammina

30 giugno 2017

Il Cavallo

 

Il cavallo non ha mai una posa innaturale, perché orchestra gli elementi.

Con la criniera spettina il vento per indicargli le direzioni verso le quali soffiare; e quando s’impenna, come un eroe romantico prima di cadere, lo rinsalda alla coda delle nuvole per spingerle all’orizzonte.
Il cavallo dà misura all’ampiezza della terra, con le tacche arcuate dei suoi zoccoli. Tiene al corrente l’acqua sul suo percorso, tra fonte e foce; ed eccita o calma il fuoco creando vortici di polvere che solleva dal suolo, o standogli accanto, per tenerlo accesso quanto occorre, con zaffate calde dalle sue narici, simili a bocche di draghi in fasce.

Non è mai riposante, la vita di chi dirige un’orchestra.

Come per i nostri direttori, a noi sembra facile ciò che fanno, quando muovono la bacchetta, e la sala si riempie di note legate a uno spartito. Ma a differenza dei nostri direttori, il cavallo non gode sempre del prestigio e la riverenza che meriterebbe.
Attenzione, però, a colpirlo con la frusta, con il proiettile e gli speroni, o a tirarlo per le briglie quando si ferma, il cavallo. C’è una posa che sembra non gli appartenga; l’unica, in verità, per l’animale più fotogenico che esista. Non sta mangiando, ma ha la mandibola contratta; il muso equino caduto al suolo; la coda riposta; il corpo rigido di chi ha i polmoni spenti. In quel momento, in cui appare imbalsamato, non importunate il cavallo; che sia in un recinto, nella stalla, fermo prima della partenza in gara, mentre con i paraocchi trasporta sul cemento i paganti. Non lo distraete: questo non è affatto un semplice consiglio. Durante quella stasi, il cavallo, sta immaginando come dare ritmo agli elementi, perché il mondo non precipiti per intero.

E cos’immagina, allora, in quel frangente?
Che tutto stia per nascere di nuovo, per poi conferirgli un movimento.

8 giugno 2017

Il Volante

Il volante screccia, quando la macchina percorre lo sterrato.

Nei tempi antichi, ogni forma circolare aspirava all’alta perfezione del sole; poi, per genio o colpo di fortuna, subentrò la ruota, e l’emulazione si spostò dal cielo alla terra: ogni forma circolare voleva servire il mondo come ingranaggio o mezzo di trasporto. Solo quando l’uomo iniziò a solcare i mari, l’inestinguibile fiamma della scoperta fece del timone il nuovo traguardo da raggiungere. Passarono i millenni, e fu molto difficile trovare altre aspirazioni simili alle antiche. Ma poi avvenne, a metà del secolo scorso, e fu la rinascita: ogni forma circolare s’innamorò dell’immagine perfetta di un vinile, e quell’amore si tramutò immancabilmente in passione per la musica. Tuttavia, ogni cosa venuta al mondo ha in sé una frattura con le proprie aspirazioni; e al posto di musicare, il volante, si trovò a convivere con un clacson: per minacciare gli automobilisti, annoiare le ragazze, e disturbare i gatti stravaccati in mezzo alle strade.

La sua delusione non trovò mai pace. Inquadrarsi a quella nuova vita sarebbe stato inutile e didascalico.
Ora che il volante è un timone per quattro ruote, con un sole a picco su lamiere lucide, solo in alcuni istanti riesce a dimenticare la sua condizione. Ama le strade sterrate piene di buche e sassi, che lo fanno oscillare velocemente, come scosso dalle dita esperte di un dj; mentre i ragazzi fanno i testacoda nei parcheggi, e per lui, è come essere graffiati dalla puntina di un giradischi; o quando un autista, per rabbia o disperazione, lo colpisce con i palmi delle mani, e anche se il suono non è simile a quello di due piatti percossi durante una parata, è pur sempre una nota musicale, che lui ha tratto in salvo dal silenzio.

Ma oltre a queste gioie passeggere – che siano le grosse dita di un camionista, del pilota di formula uno, del magazziniere su un muletto, o degli anziani imbottigliati nel traffico -, la delusione del volante è ugualmente alleviata da un ritmo a volte regolare, a volte meno: una cadenza che penetra nelle sue rotondità, trasmessa dalle mani che lo stringono. Non è uno scretch, né una sinfonia. È un ritmo accordato per battere i sessantesimi, che possono diminuire di colpo o impennarsi a piacimento.

Secondo l’esperienza e la passione del volante: uno strumento ineguagliabile, da studiare con il cipiglio di uno scienziato o di un poeta, perché sembra essere l’unico ad aver pieno potere sul musicista.
E sempre a detta del volante: uno strumento in mano a ogni conducente; apparentemente indispensabile, quindi, e di cui diffidare, come ogni prodotto di massa.

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