Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

30 novembre 2017

Marco

 

Marco apre gli occhi di scatto.

Lo stesso incubo. Ormai da mesi.

Siede ai bordi del letto, prende una sigaretta e l’accende. La porta finestra è aperta. Entra un refolo d’aria, quel tanto che basta da sbaragliare il moto ondulatorio e orizzontale del fumo per farlo disperdere.

Gli portano via i figli. Le loro facce e i loro corpi, che ha vestito e tenuto sulle spalle, di cui conosce peso e misura; stavano nei palmi, poi tra le braccia, sulle spalle, e ora pesano; ma hanno già trovato il loro cammino: “Datemi le mani per attraversare la strada”.

Nell’incubo loro sono chiari come nella realtà. Ci sono la carne, le ossa, i capelli castani del primo, quelli arruffati e corvini del secondo.

Ci sono i polsi. A lui sembra di stringerli, di tirarli a sé, come se afferrasse le corde di vele dispiegate. Ma non può nulla. La contrazione dei muscoli, la disperazione, l’invincibile forza di un padre.

Tutto Inutile.

Gli altri sono irriconoscibili, invece. Sagome sfumate che si aggregano. Poco più alte di lui. Marco scalcia, sbava e urla mentre li portano via con sé, senza però averne avvinghiate le spalle, le braccia, i polsi. La loro forza gravitazionale è la massa annacquata che si espande: l’indifferenza predatoria di un buco nero. Li trascinano senza toccarli. E lui spalanca gli occhi. Il cuore che sfracella in ogni arteria, vena, capillare. Una catena ripetuta di esplosioni.

Un suicidio. Nel nome santo dell’incertezza.

Il catering. Lo hanno chiamato poche volte negli ultimi due mesi. Deve darsi una mossa. Ci sono anche le consegne in pizzeria: dovrebbero fargli sapere tra una settimana. Ci sarebbe la possibilità sia a pranzo che a cena. Salterebbero fuori una quarantina di euro al giorno. Non si fa tutto, certo, ma si fa molto con quella cifra. E il minestraio, gestito da uno che viene dal suo paese. Se alla fine di alcune preghiere masticate lo assume, dovrebbe occuparsi della cassa. Ma ha paura che l’attività non andrà avanti. Il proprietario non ha cura delle vetrine, i depliant sono ancora quelli vecchi, della gestione precedente, con piatti che non ci sono più. Inoltre non lo pubblicizza; né i volantini, né una pagina Facebook, né un sorriso quando entra un cliente.

Come può pretendere di andare avanti?

Prima le cose andavano bene. Marco, però, voleva  crescere i figli da un’altra parte. S’immaginava meno storie, meno schifezze, meno caos, meno imposizioni, più possibilità. Una vita tranquilla, così pensava.

Tra poco arriva l’estate. I genitori di sua moglie porteranno i nipoti al mare. In loro assenza, hanno buttato giù un piano. Marco cercherà in tutti i ristoranti, anche in quelli di provincia. Lei farà lo stesso. O forse gli anni di ragioneria l’aiuteranno. Una piccola azienda a gestione familiare, un ufficio senza troppe pretese, una cassa al supermercato. Difficile, senza dubbio. Quasi nessuna esperienza. Non ricorda più neppure la teoria. Ma perché non tentare.

Un imprevisto.

Un piacevole imprevisto.

Ecco.

Prima di trasferirsi, Marco si era creato il suo lavoro nella nuova città. Sembrava sicuro, una certezza. O forse sono stato io a volermi convincere. Ma poi è fallito. C’avevo investito anche dei soldi, parte dei risparmi. Una piccola impresa; sempre nella ristorazione, il suo campo.

Ma perché non ha funzionato?

Io le vetrine le ho sempre pulite. Sorrido perché sono contento.La mia pubblicità erano i buoni commenti sulla bocca di tutti.

Finita la sigaretta, si metterà al computer per ricavare una giornata, o magari un weekend intero per qualche azienda di catering che ha sta cercando. Poi continuerà ad andare in giro per la città, in anticipo, sul piano che ha buttato giù con la moglie.

Come aveva sentito dire in quella trasmissione, un mese prima?

I sogni non sono mai premonizioni, ma cose già avvenute nella testa.

24 settembre 2017

L’ombrello

L’ombrello ha occhi arrossati e muti alla vista del cielo.
L’ombrello è un marinaio che osserva l’acqua per non farsi ingannare dal mare; un Navy SAEL in gonnella: in prima linea contro la deflagrazione delle nuvole o lo stillicidio del sole battente.

Nell’accademia degli ombrelli, l’addestramento è il più duro che si annoveri tra accessori e vettovaglie.
Settimane intere capovolti su una gamba a testa in giù, all’interno di un contenitore chiamato ‘portaombrelli’ dai superiori, gli arcigni attaccapanni, che vogliono spezzare le reni ai cadetti facendoli sentire delle mere cianfrusaglie. «E tu? Vorresti essere un ombrello? Con quel manico mingherlino? Sei un fucile mancato! Un moncherino smanicato! Un manicotto sminchiato!».
Ma il cadetto conosce il loro intento: vogliono spronarlo con offese da smargiassi per farlo crescere in temerarietà, come se dovesse affrontare una torma di monsoni in sella a una mano chiusa; lui, avvolto nel suo piumaggio sintetico da pavone, pronto con un click a scattare come il paracadute – il Geronimo dell’aria – per sfidare e contrastare l’insolenza delle piogge: «Provateci, vigliacche! Ma ricordate: dopo di me, c’è solo l’asciutto!».

L’accademia degli ombrelli è solo per un ferro che non si spezza; ma è anche opportuno che non si pieghi.
Lo afferrano come un bastone; la nuca schiacciata contro il selciato, come se fosse il vezzo da passeggio di un signorotto in bretelle. Ma l’ombrello resiste, e nei rari momenti in cui si trova da solo, coperto da un cappuccio, per temprare il suo coraggio in notte di rovesci senza luna, lubrifica le sue bacchette da ragno metallurgico, e si ripete che le folate non lo scoperchieranno.
Questa, tra i cadetti, è la vergogna più temuta: quando assieme agli altri allievi – il manico e l’asta sommersi nel fango – per giorni interi sopportano le intemperie, dispiegati come giubbotti di kevlar cercando di ammortizzare le sberle del vento. Ma appena qualcuno di loro non ce la fa, estenuato di raccogliere aria maligna che gli vortica sotto gli spicchi, questi si sollevano come gonnelle. E i superiori, per umiliarlo e temprare così la sua fermezza, iniziano con il macabro sfottò da camerata: «Venite a vedere chi abbiamo qui! Un’ombrellina! Venite a vedere com’è diventata rossa! C’è la Marylin della pioggia, il Merlino delle docce, il Mercury goccia a goccia».

E così si forgia un ombrello, in un addestramento considerato ai limiti sia dalle teglie da forno che dalle zanzariere.

Lui: l’unico scudo che non si addestra per difendere, ma solo per essere colpito.

11 agosto 2017

Armando

 

Armando ha scelto di camminare.
A quei pochi che si fermano per parlar con lui, quando lo incrociano con lo sguardo rovesciato sul marciapiede e le unghie ficcate in bocca, risponde che ha deciso di perdere qualche chilo. Per giustificare il consumo delle sue All Star, alza la maglietta e dà sfoggio di quanto l’ombelico non sia più in asse con lo sterno. La pancia ha bisogno di un restauro, o di alcuni candelotti di dinamite.
Ma a nessuno è sfuggito che Armando ha iniziato a camminare dopo il mancato rinnovo del contratto. Tre anni all’interno di un bar, relegato in quarantena a farcire panini e brioche salate, a causa di una balbuzie che ha aggiunto una preposizione nel suo modo di essere: Armando, infatti, è dietro. Dietro agli scaffali, dietro a quei pallet, dietro in cucina.

E dire che bastava un logopedista. Avresti dovuto farlo quando era tempo. Quante volte gliel’hanno detto i suoi amici; gli stessi che non si fermano quando lo vedono scalciare il marciapiede, e dentro di sé lo adocchiano come se la copia non conforme di Tom Hanks abbia deciso di camminare, nulla più, come Forrest Gump aveva deciso di correre, pace all’anima sua, solo perché ne aveva voglia.

Ma se non si aggiusta la voce, come lo troverà un impiego? Vuoi stare davanti a qualcuno, per amor del cielo, senza fargli venire voglia di scappare, saltando sulle tue sillabe inceppate come si salta sui sassi al fiume. Vuoi capire che un giorno i panini li farcirà un robot, prodotto da una società Hi-Tech di catering? Che quegli scatoloni laggiù non hanno più bisogno di braccia umane, e che un giorno i muletti parleranno la tua stessa lingua, e sai cosa? Loro di sicuro non tartaglieranno. Capisci che questo mondo si sta trasformando in un’iper premurosa e cinica macchina parlante, la nostra sfavillante Supercar, e quando tu dovrai farle capire dove sei, appena sentirà la palla da biliardo attorcigliata alla tua lingua, sai cosa farà? Ti lascerà a piedi. E prima che tu riesca a dirle: “KITT, torna indietro. Sono rimasto solo”, finalmente – e questo non lo pensano i tuoi amici al bar – scoprirai di non esserlo più. La grande macchina parlante avrà lasciato a piedi una buona fetta di esseri umani, che cammineranno con te, sfregando le suole sul cemento.

Nessuno sa cosa passi per la testa ad Armando. Nessuno. Cammina con le dita ficcate in bocca, e non guarda davanti a sé. Forse in questi giorni l’hanno chiamato per stare: dove?
Dietro.
E forse allora non lo vedremo più per le strade del quartiere, perché starà rammendando la sua lingua in qualche sgabuzzino. E in questo caso, per lo meno, buttare giù la pancia sarà un problema da viziati; da risolvere un domani, quando non gli rinnoveranno più l’ennesimo contratto.

 

Ma intanto cammina,
Armando

Cammina

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