Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

30 giugno 2017

Il Cavallo

 

Il cavallo non ha mai una posa innaturale, perché orchestra gli elementi.

Con la criniera spettina il vento per indicargli le direzioni verso le quali soffiare; e quando s’impenna, come un eroe romantico prima di cadere, lo rinsalda alla coda delle nuvole per spingerle all’orizzonte.
Il cavallo dà misura all’ampiezza della terra, con le tacche arcuate dei suoi zoccoli. Tiene al corrente l’acqua sul suo percorso, tra fonte e foce; ed eccita o calma il fuoco creando vortici di polvere che solleva dal suolo, o standogli accanto, per tenerlo accesso quanto occorre, con zaffate calde dalle sue narici, simili a bocche di draghi in fasce.

Non è mai riposante, la vita di chi dirige un’orchestra.

Come per i nostri direttori, a noi sembra facile ciò che fanno, quando muovono la bacchetta, e la sala si riempie di note legate a uno spartito. Ma a differenza dei nostri direttori, il cavallo non gode sempre del prestigio e la riverenza che meriterebbe.
Attenzione, però, a colpirlo con la frusta, con il proiettile e gli speroni, o a tirarlo per le briglie quando si ferma, il cavallo. C’è una posa che sembra non gli appartenga; l’unica, in verità, per l’animale più fotogenico che esista. Non sta mangiando, ma ha la mandibola contratta; il muso equino caduto al suolo; la coda riposta; il corpo rigido di chi ha i polmoni spenti. In quel momento, in cui appare imbalsamato, non importunate il cavallo; che sia in un recinto, nella stalla, fermo prima della partenza in gara, mentre con i paraocchi trasporta sul cemento i paganti. Non lo distraete: questo non è affatto un semplice consiglio. Durante quella stasi, il cavallo, sta immaginando come dare ritmo agli elementi, perché il mondo non precipiti per intero.

E cos’immagina, allora, in quel frangente?
Che tutto stia per nascere di nuovo, per poi conferirgli un movimento.

8 giugno 2017

Il Volante

Il volante screccia, quando la macchina percorre lo sterrato.

Nei tempi antichi, ogni forma circolare aspirava all’alta perfezione del sole; poi, per genio o colpo di fortuna, subentrò la ruota, e l’emulazione si spostò dal cielo alla terra: ogni forma circolare voleva servire il mondo come ingranaggio o mezzo di trasporto. Solo quando l’uomo iniziò a solcare i mari, l’inestinguibile fiamma della scoperta fece del timone il nuovo traguardo da raggiungere. Passarono i millenni, e fu molto difficile trovare altre aspirazioni simili alle antiche. Ma poi avvenne, a metà del secolo scorso, e fu la rinascita: ogni forma circolare s’innamorò dell’immagine perfetta di un vinile, e quell’amore si tramutò immancabilmente in passione per la musica. Tuttavia, ogni cosa venuta al mondo ha in sé una frattura con le proprie aspirazioni; e al posto di musicare, il volante, si trovò a convivere con un clacson: per minacciare gli automobilisti, annoiare le ragazze, e disturbare i gatti stravaccati in mezzo alle strade.

La sua delusione non trovò mai pace. Inquadrarsi a quella nuova vita sarebbe stato inutile e didascalico.
Ora che il volante è un timone per quattro ruote, con un sole a picco su lamiere lucide, solo in alcuni istanti riesce a dimenticare la sua condizione. Ama le strade sterrate piene di buche e sassi, che lo fanno oscillare velocemente, come scosso dalle dita esperte di un dj; mentre i ragazzi fanno i testacoda nei parcheggi, e per lui, è come essere graffiati dalla puntina di un giradischi; o quando un autista, per rabbia o disperazione, lo colpisce con i palmi delle mani, e anche se il suono non è simile a quello di due piatti percossi durante una parata, è pur sempre una nota musicale, che lui ha tratto in salvo dal silenzio.

Ma oltre a queste gioie passeggere – che siano le grosse dita di un camionista, del pilota di formula uno, del magazziniere su un muletto, o degli anziani imbottigliati nel traffico -, la delusione del volante è ugualmente alleviata da un ritmo a volte regolare, a volte meno: una cadenza che penetra nelle sue rotondità, trasmessa dalle mani che lo stringono. Non è uno scretch, né una sinfonia. È un ritmo accordato per battere i sessantesimi, che possono diminuire di colpo o impennarsi a piacimento.

Secondo l’esperienza e la passione del volante: uno strumento ineguagliabile, da studiare con il cipiglio di uno scienziato o di un poeta, perché sembra essere l’unico ad aver pieno potere sul musicista.
E sempre a detta del volante: uno strumento in mano a ogni conducente; apparentemente indispensabile, quindi, e di cui diffidare, come ogni prodotto di massa.

28 maggio 2017

Tiziano

 

Tiziano è fuori con i cani.
Ninive ha gusto per i sassi. Setaccia il marciapiede, la terra erbosa, il cemento nei parcheggi, e se l’infila in bocca di nascosto come una ladra. Poi si volta, per vedere se il padrone ha lo sguardo fisso e la testa colma di pensieri; e appena s’accerta che Tiziano è altrove, inizia a lavorare la pietra di mandibola. Ma al primo stock! ha già attirato l’attenzione, e al secondo: braccio e guinzaglio le consigliano di restituire al suolo il minerale.
Kratos è più svogliato. Cinquanta chili di cristiano che si trascinano un passo alla volta. In una vita precedente era un animale da soma, e ora: un Dobermann che preferisce la lentezza. Quando vuole un po’ d’affetto, allunga il muso d’Anubi sulla coscia del padrone, o lo incastra nell’incavo del braccio.

Una botta da quattrocento euro, la settimana scorsa: gli esami del sangue per Ninive e i richiami per Kratos. Ormai l’indennità di disoccupazione è un piatto semivuoto. Un calo del tre per cento ogni mese, e ne sono già passati tredici. L’affitto, le bollette, le spese condominiali, il cibo per i cani; riesce a limare mangiando da sua madre. Se non saltano gli accordi per quel nuovo appartamento fuori città, con un piccolo giardino, riuscirebbe a mettersi in tasca un paio di banconote in più e a dare un palmo d’erba ai due segugi, quando lui non ha voglia di uscire. Ma va bene così, è una routine, salutare. Tre volte al giorno. Tre ore buone. I cani danno una cadenza, sono un metronomo.

Il percorso è sempre lo stesso. Dal mercatino, superano i paletti ed entrano in Villa, una zona ad alto rischio; e infatti la sirena lampeggia ancora: un Dogo argentino, imponente e aggressivo, ad ore nove. Tiziano tiene stretta Ninive che freme, trema e guaisce, tira e si blocca, in estasi per quella visione. È meglio andare via, prima che Kratos si accodi all’attaccabrighe; la stessa che gli mangia le crocchette la mattina e pretende il posto di fianco al padrone sul letto.
Dalla Villa arrivano in via Rinaldi – un ragazzo e i suoi cani, sei zampe e una strada – fino alla Baracchina, dove passava interi pomeriggi con gli amici, per poi deviare sulla sinistra ed entrare a Parco Alessandrini: con il campanile della chiesa a sud e le panchine rotte a est. C’è qualcuno che passeggia in circolo; un anziano e una badante ormeggiati su una panchina.

I cani vanno a giocare sull’erba.
S’azzuffano, masticandosi le orecchie.

Tre volte al giorno, Tiziano. Ti tiene in vita. Ninive presa da un privato, quando lui aveva ancora un lavoro; Kratos da un’associazione che accudiva Dobermann maltrattati, quando non ne aveva più uno.
Forse ho fatto male i miei conti. Pazienza. Pensavo fosse più facile trovare un impiego. Ingenuo. C’è scritto categoria protetta sul mio curriculum! Ma a nessuno gliene sbatte. Di questi tempi non è che te la danno così facilmente. Ci sono visite, esame, richiami – documenti, domande, sospetti. Non è più come una volta. Ci sono motivazioni serie. Ma nessuno chiama. Solo quei pochi che investono su di te: tua la macchina, tua la benzina, tue le beghe, tuo il mondo, se ci credi.

Cosa posso dire?

Pazienza

Aveva trovato un lavoro, pochi mesi prima. Controllore titoli di viaggio. Faceva i turni. Quello del pomeriggio era complicato. Suo padre andava dai cani dopo pranzo. Lui tornava sempre verso le dieci, e doveva portarli fuori. Invece il turno della mattina era il più massacrante. Si alzava alle quattro e mezzo. «Andiamo!», li riportava a casa, riempiva le ciotole, e poi dritto sugli autobus. Una mattina, il superiore gli fa: «Ma perché hai sempre la faccia così sbattuta?». I cani, risponde. «Prendi anche delle medicine?». Glielo aveva chiesto. Veramente. E lui è uno che non riesce a dire le bugie. Sì, quelle che mi ha prescritto il Sert, risponde. E a fine giornata lo avevano licenziato. Ma c’era scritto categoria protetta sul curriculum! Mi avete chiamato lo stesso. Lo sapevate. Io non faccio casini. Vivo con i miei problemi, ma sto imparando a gestirli. Non sono piatto, ma nemmeno burrascoso.

Pazienza
Un po’ meno, ma pazienza
Non va giù, ma pazien..

Anche la psicologa del lavoro lo aveva messo in guardia, «ormai le aziende preferiscono pagare una multa che assumere una categoria protetta». Non sai mai chi ti metti in casa. Può essere un pazzo. O puoi essere tu. E adesso respira. Come t’hanno insegnato. Sciogli la tensione. Meno gocce e più aria nei polmoni. È meglio stare zitti. Pazienza. Non sai mai chi ti metti in casa. È vero. Magari una casa con un giardino per i cani.
“Ninive!”
Kratos si volta, e con fare indolente gli stende il muso d’Anubi sulla coscia; mentre la scalmanata si avvicina, abbassa il capo, e alza gli occhi gonfi, sull’orlo del pianto per quel richiamo ingiusto, lasciando cadere sulle scarpe di Tiziano: un filo di bava e una pietra scalfita.

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