Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

27 settembre 2018

La Ricerca

Cerco di svegliarmi presto la mattina, verso le cinque e mezza. Quelle prime ore, che s’interrompono alle nove quando esco da casa per andare a lavoro, seguono un ordine prestabilito, un palinsesto cui mi attengo, essendone il creatore e l’esecutore. La scaletta è la seguente: ginnastica, colazione, meditazione, scrittura e riflessione. Cerco di mantenere teso un filo, legato attorno alle abitudini che voglio rinsaldare.

L’altro giorno stavo facendo colazione davanti alla vetrata del salotto. Il sole stava cominciando a stendersi sulle case, i palazzi, gli alberi e i giardini condominiali. Mi alzai per mettere nel lavello la tazza vuota, e per un geometrico gioco di specchi, immagino, perché il sole non tocca le mura esterne del mio appartamento, i miei occhi furono colpiti per una frazione di secondo da un raggio rimbalzato da chissà quale finestra.

In alcune leggende popolari, ogni ora della nostra vita, appena morta, s’incarna e si cela in qualche oggetto materiale.

Così ricorda Proust, l’unico scrittore al mondo che abbia provato a trasformare il tempo in archeologia letteraria.

L’altro giorno, l’oggetto in cui erano intrappolati un ricordo e la sensazione emotiva legata a esso ha preso le sembianze di quel raggio. In quel momento si è sprigionato in me il ricordo di un cielo terso e abbacinante e un sole pieno e imponente; era il sole della California, dove, tuttavia, non sono mai stato. Ho impiegato alcuni attimi per capire che la gioia riesumata di quella luce e di quel luogo apparteneva a un ragazzino di 12 anni, seduto sul divano, mentre guardava in continuazione, grazie a una cassetta VHS e un registratore grande quanto un forno a legna, il film d’azione Point Break. Lo avete mai visto? I rapinatori surfisti di Los Angeles, il giovane infiltrato dell’FBI Johnny Utah, la sua crescente ammirazione per Bodhi, il capo della banda, un perfetto Patrick Swayze, e il loro inevitabile scontro alla fine della pellicola su una spiaggia australiana durante la tempesta del cinquantennio. Una trama appassionante, accompagnata dalle immagini dell’Oceano Pacifico alla ricerca dell’onda perfetta, dalle spiagge e dai falò notturni, dai lanci con il paracadute per estasiarsi di adrenalina e dall’onnipresenza del sole estivo californiano, l’imperatore, la divinità, il sol invictus. Per quanto possa sembrare impoetico il ricordo che quel raggio ha fatto emergere – un film hollywoodiano degli anni ‘90 -, lo stimolo all’avventura, la partecipazione al dramma e l’invidiabile senso di spensieratezza di un ragazzino imberbe sono stati d’animo intensi, vicini all’epica e alla poesia.

La resurrezione, come tutte le resurrezioni, è dovuta a un semplice caso.

Se io non mi fossi alzato in piedi per riporre la tazza nel lavello e qualche dirimpettaio non avesse chiuso o aperto la finestra, non avrei avuto modo di riassaporare in me quello che provavo in quegli interminabili pomeriggi sul divano. Gli oggetti di cui parla Proust, questi sì rivestiti di un potere talismanico, sono sparsi ovunque e in luoghi designati, sono una speciale infrazione al codice del presente, e come l’acqua sono un semplice e arcano mezzo di conduzione.

Se vivessimo il diluirsi del tempo senza parcellizzarlo, come se fosse lo specchio di un lago e non la corrente di un fiume, e se la nostra ricerca di un senso fosse meno museale e più affine, invece, a un’analogia immediata, che leghi alla forma la sua sostanza, chissà quanti di questi oggetti animati da ricordo ed emozioni ci farebbero rivivere il frammento di un passato che custodiscono. Non sempre rimuoviamo i traumi, ma spesso anche la gioia, l’estasi, e i momenti di assoluto conforto con la vita che si svolge attorno a noi e quella che germoglia nel nostro intimo. La nostra natura recide il troppo, e non fa distinzione tra poli opposti.

È successo che alcuni di questi incontri risvegliassero in me il ricordo di sogni passati. Non sto parlando della notte precedente o di quella prima, quando, sempre per puro caso – una parola, un pensiero, un colore – il giorno seguente ci torna alla memoria ciò che abbiamo lasciato affondare nel sonno e di cui non ricordiamo più nulla al nostro risveglio; nell’incontro con l’oggetto, con quel meccanismo temporale, riemergono sogni fatti mesi prima, addirittura anni, sebbene non collocabili con esattezza. Mi è capitato sull’autobus, una settimana fa, nell’esatto momento in cui si è fermato di fianco a un cartellone pubblicitario, al semaforo. Ed ecco che il ricordo di un edificio altissimo, che sprigionava un’ombra obliqua sul terreno, mi occupò la vista. Io sapevo di doverci entrare, e che la trama interna alle sue mura sarebbe stata simile a quella nascosta all’interno del mio corpo. Provai la stessa sensazione d’inquietudine, di fascinazione e di senso del dovere, grazie a una circostanza fortuita e a cartellone pubblicitario, dove una bella ragazza promuoveva corsi di lingua per stranieri a una sola fermata dall’ufficio.

Il nostro cervello immagazzina sia i ricordi reali (o quelli fittizi), sia i sogni che facciamo durante la fase REM. Immaginate solo per un istante se i primi fossero scalzati completamente dai secondi, dove i ricordi combacerebbero con le nostre produzioni oniriche. Ogni rimando al passato sarebbe una deviazione dell’inconscio. Ricordo e realtà non coinciderebbero mai, neppure per approssimazione; la mano sul fuoco continua a bruciare, mentre il nostro cervello ci assicura che afferrandolo acquisteremo il potere di Vulcano: lo abbiamo sognato la notte prima. Se fossimo fatti così, potremmo descriverla come una schizofrenia fisiologicamente sana; dovremmo però ignorare i sinistri risvolti di questa chimera: la storia sarebbe un guazzabuglio di visioni, il breve resoconto di una mitologia dell’estinzione.

I cinici assicurano che sia già così.

Ma è il continuo e genuino stupore nello scoprire come siamo fatti che trasforma l’incontro con gli oggetti in una domanda e un’affermazione. La seconda è che noi, senza rendercene conto, siamo i custodi di un tutt’uno che persiste più di quanto immaginiamo; mentre la prima, come conseguenza, è chiedersi cosa questo significhi veramente.

Quali sono i vostri oggetti? Le chiavi di un tempo e di sogni passati? Vi siete mai imbattuti in uno di essi? Non succede spesso, quasi mai, e bisognerebbe tenerne traccia.

Il corpo intriso di elettricità e di sostanze chimiche e la coscienza, con il suo potere di attenzione e produzione, sedimentano come strati geologici: nulla scompare ma ogni cosa viene ricoperta. Non c’è analogia con la terra più forte di questa.

29 luglio 2018

Jameela

(dalla Siria a Roma)

Jameela è ferma ad un incrocio.

Davanti a sé, bordato di un rosso accesso, un rettangolo bianco con al centro una x marcata le sta intimando qualcosa. Quel simbolo è un avviso che scongiura un pericolo; mette in guardia, a patto che lei lo sappia leggere. È un alfabeto di segni non dissimile da quello che compone ogni lingua scritta. E più che intimare, infatti, quel rettangolo – che un giorno Jameela affronterà, da sola, per strada – le sta chiedendo qualcosa di specifico, attraverso le lettere stampate su un libro: Il segnale raffigurato non si trova sul tratto di strada con diritto di precedenza. Una risposta da crocettare: Vero / Falso. Domanda numero ventisette su quaranta; uno dei test all’interno del corposo manuale teorico-pratico per la patente B.

Jameela ha deciso di prenderla non tanto per guidare una macchina, ma perché era arrivato il momento di sentirsene capace e con tutte le carte in regola per poterlo fare. Come se avere padronanza della guida, le avrebbe permesso di avere polso sul mondo intero. Tuttavia, quelle domande le nascondono più di una semplice risposta; ingarbugliano un senso che a una prima lettura manca del tutto, a una seconda si mantiene nell’ombra, e a una terza – senza precipitarsi, leggendo con voce alta e raffigurandosi nella mente una strada, un segnale, una piccola utilitaria e lei – inizia a scoprirsi, spogliandosi della pericolosità di un trabocchetto e mostrandosi per ciò che è: una frase ostica per una ragazza che vive in Italia da cinque anni e che, a cadenza regolare, si ripromette di leggere di più, senza mai farlo veramente.

Lo spazio di frenatura diventa sedici volte maggiore se la velocità si quadruplica. Un’altra risposta da crocettare: Vero / Falso. Domanda numero ventotto su quaranta. Le sembra di aver colto il senso. Sorride per quella parola ‘pomposa’, come le aveva spiegato un ragazzo durante le lezioni di teoria: “Si dice frenata. Una bella frenata! Non una bella frenatura!”.

Jameela si chiede se deve calcolare quanto sia lo spazio descritto dai numeri nella domanda. 16, e fin qui tutto chiaro; quadruplica significa 4 volte tanto, questo lo aveva imparato già da almeno un paio d’anni. Doppio, triplo, quadruplo. 4 x 4 =16. La risposta è Vero, allora. Sta per crocettarla con la punta fine di una matita HB, la stessa che usa per disegnare a mano libera alcuni modelli. Tentenna, alza la mano dalla pagina e rilegge la frase. Ne è quasi sicura. Crede, però, di averne  rpima sbagliate altre. Alla quinta risposta errata, arriverebbe l’inevitabile bocciatura. Mentre sta per decidere se passare alla prossima domanda, non può fare a meno di pensare a quando inizierà le guide pratiche con il maestro. È convinta che ce ne vorranno tantissime, perché non ha mai guidato in vita sua. (In verità solo una volta, in campagna, con un’amica di Firenze, che a volte le prendeva il volante e le teneva una mano appoggiata sulla spalla per calmarla). Le serviranno un bel po’ di soldi per le lezioni, e molta pazienza e coraggio. Ma la patente è un dovere verso se stessi e non è poi così impossibile ottenerla. Si accende la macchina, si controllano gli specchietti esterni e quello retrovisore, se il sedile è alla giusta altezza, ci si allaccia la cintura, si preme la frizione, si mette in prima, si lascia leggermente il pedale, e si spinge altrettanto leggermente quello del gas. E poi, come se Jameela volesse andare a Torvaianica per un pomeriggio di mare, si parte con la radio accesa.

19 giugno 2018

La Volpe

La volpe ha fatto della propria difesa l’unico compromesso per uscire allo scoperto:

«È stato il gatto a circuirci! Quando il gatto parla: miagola e ti si struscia addosso; e come per i cuccioli d’uomo quando sono in fasce, è difficile resistere. Vi posso garantire che quel burattino non era fatto di legno, ma di segatura. Quanta fragilità d’animo e poca dimestichezza con la realtà: chi affiderebbe cinque monetuzze d’oro alla terra umida, che s’inghiotte anche i cadaveri e le radici delle querce?».

La volpe drizza la sua coda lunga e folta, e poi la incurva quasi chiudendola ad anello; dà le spalle all’aula come se dovesse guardare da un oblò lo spettacolo del mondo e, fulminea, si gira di scatto e appoggia il mento bianco sulla coda, accovacciandosi sulla sedia degli imputati. Rivolge i suoi occhi luminosi e aguzzi al pubblico ministero e poi prosegue:

«A me non è mai piaciuta l’uva, figuriamoci perdere del tempo per acciuffarla da un ramo. E poi, secondo la favola cosa non sarei riuscita a fare? Reagire a una sconfitta fingendo di non aver mai desiderato la vittoria? Questa è la morale? Esopo e poesie, o poca sincerità? L’unica cosa che una volpe non sa fare è mentire. Bisogna essere spietati e sadicamente onesti per sopravvivere all’inseguimento di una muta di segugi e uomini cavalcioni su destrieri ben curati. Voi mi accusate di strage! Ma io chiamerei sul banco degli impuntati l’Inghilterra!».

Il giudice redarguisce la volpe, che dal basso lo squadra come se di fianco a sé torreggiasse un britannico a cavallo, per poi ricadere con il muso sulla coda e raccogliere così l’attenzione dei giurati:

«Io sono un’onnivora, ma con il tempo ho imparato ad apprezzare la frugalità dei funghi di montagna e dell’erba tagliata fine. Sono il primo canide che è diventato vegetariano per scelta, e difensore dei più deboli per vocazione. Io non torcerei mai una piuma a una gallina, e non entrerei in un pollaio per non sporcarmi i cuscinetti delle zampe», la volpe si alza, si stira e trema, e dagli occhi, come se avesse cercato di non offrirle al pubblico, escono pesanti lacrime di cane: «Io, egregi signori della corte, credetemi!: sono venuta al mondo per una sola ragione! Qui, tra voi: per difendere i polli dalle faine!».

Brividi arancioni scorrono sulle schiene dei presenti! Brividi sulle pareti gialle dell’aula di giustizia; sulle sedie reclinabili in legno, dove sono accovacciati familiari giornalisti e curiosi; brividi sul banco dei testimoni; brividi di ammirazione su quello degli avvocati difensori.

«E infatti… chi potrebbe mai confondere una volpe con una faina, se non la creatura che l’ha trascinata in questo processo?».

Brividi ovunque! Nel mondo minerale, vegetale e, viste le circostanze, in quello animale.

«J’accuse il sistema inquisitorio messo in piedi dal pubblico ministero per la sua imprecisione e pochezza. J’accuse la riprovevole indifferenza delle città e dei suoi abitanti, che costringono noi naturali esseri diurni a uscire allo scoperto per cibarci dei rimasugli del McDonald’s, quando il buio è rotto solo dai lampioni e dai fari delle automobili. J’accuse chi ha preso la nostra immagine per farne dei loghi, come il motore di ricerca Firefox o la carta igienica Foxy, e non ha mai firmato neppure una petizione contro la nostra caccia nel Regno Unito. J’accuse le faine e il loro trasformismo, che ci ha rese protagoniste di un macabro show al quale non abbiamo mai partecipato: siete brave a travestirvi da volpi, faine, ma noi saremo ancora più brave a smascherarvi. E in ultimo: io accuso la signora talpa che continua a sostenere di aver visto ciò che non poteva. Che la sua onestà non sia miope come lo sono i suoi occhi!».

La signora talpa, tremante, vicina allo svenimento, non guarda esattamente nella direzione da cui proviene l’arringa. Molti sanno che è costretta a condividere la sua tana con la stessa volpe che ora la sta accusando. Non si può certo dire che siano due cuori e una capanna. Se l’era ritrovata lì, un pomeriggio, incantucciata in un angolo. La volpe non le aveva chiesto il permesso, ma si era intrufolata per restare, come se a lei fosse dovuta ogni comodità. E la talpa, sapendosi non avvezza allo scontro fisico, lì l’aveva lasciata. Ora, immaginandosi la sua coinquilina agguerrita e allo stesso tempo di una lievità sulfurea, di un fascino da frutto e da tramonto, teme che dalla sua accusa iniziale, lei, povera talpa, finisca per essere l’accusata. Perché si sa che alla bellezza di una volpe si perdona tutto; mentre lei, che non possiede affatto questa qualità, a parità di buio: preferisce quello ospitale della sua tana a quello tetro di una cella.

2 maggio 2018

Natalia

Natalia vuole aprire un blog di moda e turismo.

La folgorazione non poteva venirle che al di sopra delle nuvole di un cielo quasi in tempesta, superate le coste portoghesi sul volo AF756, dal Nikola Tesla di Belgrado al JFK di New York, due mesi prima che la compagnia decidesse di non rinnovarle il contratto assieme ad una quindicina di sue colleghe. Natalia non era entusiasta del proprio lavoro, e il contraccolpo, per quanto concreto, non l’ha gettata nell’economia della disperazione grazie alle disponibilità del padre.

Ci sono circostanze in cui le risposte arrivano prima delle domande. L’interrogativo pericoloso: “E adesso che faccio?”, nel suo caso, era stato anticipato dal commento di una signora con una voglia stampata sul mento, che sfogliando una rivista, aveva espresso il suo entusiasmo, accostando al piacere il suo complemento oggetto: “I like this blue dress”, come se avesse rivolto una lusinga alla modella di colore che lo indossava. Natalia stava per servirle il pranzo, ma l’incontro con il volto piacevolmente assorto della signora, il vestito spumoso della modella e la scenografia che le faceva da sfondo – un’aurora boreale che serpeggiava nel cielo e una sorgente d’acqua fumante alle sue spalle – le avevano sussurrato, non senza eccitazione, la parola blog, prima di porgere la confezione monouso alla passeggera: “La sua omelette con insalata mista, signora… Buon appetito”.

Tuttavia sarebbe stato più semplice unire la passione per la moda a quella dei viaggi, se Natalia non fosse stata licenziata. A New York avrebbe potuto comprare un vestito vichy a quadretti e farsi fotografare tra gli alberi e i lampioni di Central Park, o a passeggio tra le strade affollate di Manhattan. A Dubai, avrebbe indossato un abaya e avvolto i suoi capelli sfumati in un classico foulard nero, o sfoggiato un tradizionale abito rurale sulle rive del fiume Doura a Porto quando il tramonto increspa le acque di rame.

E adesso, come fare?

Un interrogativo, questo, arrivato prima della sua risposta.

Viaggiare è un costo eccessivo per una disoccupata, e chiedere i soldi al padre per realizzare un sogno, che si sarebbe autofinanziato un domani grazie agli introiti ricavati dagli inserti pubblicitari di google, non era in sintonia con l’educazione ricevuta dai genitori, almeno nelle prime settimane del suo nuovo status d’indigente con scappatoia. Ma l’abbondanza di quella nuova idea rimaneva costante giorno dopo giorno, tanto che Natalia ne rimase sorpresa, arrivando a credere che settantasei ore di fila fossero l’implicita conferma che il destino avesse scelto al suo posto, e lo avesse fatto con cognizione di causa. Lei avrebbe dovuto solo ubbidirgli, vestendosi bene e cercando uno sponsor per i biglietti d’aereo.

Benché Natalia non abbia ancora deciso da dove cominciare, se aprire un blog prima di avere un album di fotografie, o buttarsi in rete con indosso i vestiti tipici della sua città, ha già modificato il suo profilo Facebook con un aforisma di George Bernard Shaw, dopo averlo trovato digitando sul motore di ricerca le parole chiave: frasi – passione – lavoro.

Ora, chiunque vada sul suo profilo o lo intercetti per caso, leggerà, con una modifica al soggetto dell’aforisma, la seguente certezza: “Una donna è arrivata quando fa per mestiere quel che farebbe gratis”.

6 aprile 2018

L’età dell’oro

 

Che cos’è l’età?

È la somma delle rivoluzioni terrestri attorno al sole, che come i gettoni di un abaco segna l’aritmetica del tempo trascorso.

Se vivessimo molto più a lungo, misurare la lunghezza delle nostre vite con le ellittiche della Terra attorno al Sole sarebbe inutile, come se scomodassimo gli anni per indicare l’età di un moscerino.

Se mai arrivassimo alla soglia dell’immortalità, sarebbe meglio avere un’unità di misura diversa, come il moto del sistema solare attorno al centro della Via Lattea: più di 200 milioni di anni per completare un  ciclo intero. La nostra adolescenza si accompagnerebbe con lo spegnersi e l’accendersi delle stelle. Mi chiedo se l’espressione “un giorno capirai” avrebbe ancora lo stesso significato?

L’età indica un periodo storico, descritto con il minerale o la lega che lo ha forgiato: dalla pietra al bronzo, dal rame al ferro; l’età appartiene al mito, a quella leggenda aurea che precede le altre di natura più gretta, l’antichissima età dell’oro, così simile a quel frammento emotivo di cui non ricordiamo quasi nulla e che difendiamo chiamandolo “età dell’innocenza”, per separarla nettamente dalla snervante età adulta.

La Storia ha un’età. E la nostra collettiva condizione psicologica, la nostra comune nostalgia anche.

Secondo voi è più semplice scoprire chi ha maturato l’età della ragione o chi ha raggiunto la maggiore età? I due stati possono coesistere, non coesistere, o non esserci affatto.

Quando il nostro compleanno succede, e fino a una certa soglia sei un anno più grande e dopo quella soglia un anno più vecchio.

Ogni volta che non si deve chiedere l’età a una signora, perché la bellezza sfiorisce col tempo, ed è come se le chiedessi di valutare con sincerità l’immagine del suo corpo. Domanda indelicata, che ha bisogno di persone delicate per poterla fare.

Quando a vent’anni ti eri ripromesso che saresti diventato ricco, o usando un cipiglio aristocratico saresti diventato “facoltoso”, un qualcuno per gli altri, un qualcuno per te stesso, ma non è finita così. E siccome hai interpretato la vita come un gioco a somma zero, ti chiedi chi abbia controbilanciato la tua perdita con una vittoria.

Un mio amico non si è presentato alla sua stessa festa di compleanno. Si era ripromesso ben altro raggiunta una certa età. Non c’era nulla da festeggiare; e darsi alla macchia quando la tavola era già imbandita e gli invitati presenti è stata una delle assenze più meste cui abbia mai assistito. Ci si può sentire spacciati a trent’anni, e trovarlo tanto doloroso quanto normale. 

L’età come una limitata serie di traguardi. Che se non raggiunti gettano sulla proverbiale candelina in più sulla torta, sulla notifica del profilo che oggi-tocca proprio-a-te, quel colore incolore chiamato frustrazione.

Forse parte del declino della nostra cultura è il rapporto che abbiamo con il grande Moloch, la nostra età individuale, l’età collettiva di una parte di mondo. Sia ben chiaro che quasi nulla, nell’odierna cultura imperante della castrazione e della fuga, ci aiuta a sconfiggere il gigante o a farcelo amico. Nella nostra modesta dimensione nazionale, dopo l’età di apprendistato, e superati quindi i limiti di età, la ricerca di un lavoro singhiozza, si fa tortuosa, ci si arrischia tra larghe buche disseminate su strade in forte pendenza. Non è facile neppure per i più giovani. E per chi studia, basta laurearsi prima dei ventotto anni, se no si entra di dovere nell’età degli sfigati, o almeno così ha sentenziato un ex rappresentante delle istituzioni.

Questi sono solo esempi, più affini al nostro presente storico, che potremmo fare sulla difficoltà di avere un rapporto più sano con un altro giro di boa.

Come sbarazzarci di questa intimità insalubre con i nostri anni, allora? Quale patto di non belligeranza bisogna firmare al tavolo con la nostra età?

Iniziamo dalla più basilare constatazione astronomica.

Cosa ci può suggerire il moto di rivoluzione terrestre? È simile ad alcuni giochi di società, dove bisogna girare e passare dal via più volte. Il punto di partenza non è quindi un nascere, e neppure uno snervante ripetersi, ma è un lento riformarsi: è un’entrata in, preziosa in qualsiasi criterio astronomico o nelle formule energetiche dell’astrologia. Non si esce mai del tutto, eppure nuovamente si entra; così nelle caselle del Monopoli, così nella propria casa, così di anno in anno, in quel legame possibile di nuove aspettative che ha culla in una parola facile, logora e lasciata spesso a languire: inizio.

In una delle ultime interviste rilasciate da Carl Gustav Jung, il padre della psicologia del profondo spiega come l’inconscio non consideri affatto la morte, comportandosi come se la vita dovesse continuare. Jung si rese conto che se gli anziani guardavano al giorno seguente con attesa, e anche a quello dopo, come se avessero ancora secoli davanti a sé, reagendo così davanti alla fine come fa l’inconscio, vivevano più a lungo e più serenamente. Jung sostiene che questo è il modo giusto di vivere, perché si segue la parte più profonda della nostra natura, e quindi in conformità con essa, non inconsciamente, ma facendo propri i suoi orizzonti, che in parte non sono confinati nello spazio e nel tempo. Questo modo di esistere non nega la morte – non è un suo affronto bensì un confrontarsi con l’infinito – ma protegge la vita dalla sua pietrificazione.

Come spesso accade, cambiare il tutto si compendia nel cambiare il proprio sguardo. Il rapporto con la nostra età non fa eccezione.  Benché ci siano dei limiti che le regole impongono e che noi stessi ci siamo auto inflitti con il nostro fare concreto che atrofizza il reale, riscoprire in un altro anno che passa il moto di un pianeta intriso d’acqua e di terre emerse che alla velocità di 108mila chilometri orari, dopo 365 giorni, ritorna al suo punto di partenza, ed entra in una nuova fase attorno alla stella che lo riscalda, spero che vi possa dare una prospettiva diversa. E se a volte pensiamo che sia un ripetersi inutile o tedioso, un moto perenne e immutabile – quasi un’ingiustizia – ricordiamoci che è uno dei tasselli necessari che permette il perpetuarsi della vita. 

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