I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

Ogni estrema passione è estremo convincimento

Frammento I°

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverte racconti e poesie che non fanno parte di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon; articoli e rubriche che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

 

Francesco Montori

6 aprile 2018

L’età dell’oro

 

Che cos’è l’età?

È la somma delle rivoluzioni terrestri attorno al sole, che come i gettoni di un abaco segna l’aritmetica del tempo trascorso.

Se vivessimo molto più a lungo, misurare la lunghezza delle nostre vite con le ellittiche della Terra attorno al Sole sarebbe inutile, come se scomodassimo gli anni per indicare l’età di un moscerino.

Se mai arrivassimo alla soglia dell’immortalità, sarebbe meglio avere un’unità di misura diversa, come il moto del sistema solare attorno al centro della Via Lattea: più di 200 milioni di anni per completare un  ciclo intero. La nostra adolescenza si accompagnerebbe con lo spegnersi e l’accendersi delle stelle; come la nostra odierna, in fin dei conti, ma con le solite e dovute differenze. Mi chiedo se l’espressione “un giorno capirai” avrebbe ancora lo stesso significato?

L’età indica un periodo storico, descritto con il minerale o la lega che lo ha forgiato: dalla pietra al bronzo, dal rame al ferro; l’età appartiene al mito, a quella leggenda aurea che precede le altre di natura più gretta, l’antichissima età dell’oro, così simile a quel frammento emotivo di cui non ricordiamo quasi nulla e che difendiamo per scontare il passaggio all’età adulta chiamandolo: età dell’innocenza.

La Storia ha un’età. E la nostra collettiva condizione psicologica, la nostra comune nostalgia anche.

Secondo voi è più semplice scoprire chi ha maturato l’età della ragione o chi ha raggiunto la maggiore età? I due stati possono coesistere, non coesistere, o non esserci affatto.

Quando il nostro compleanno succede, e fino a una certa soglia sei un anno più grande e dopo quella soglia un anno più vecchio.

Ogni volta che non si deve chiedere l’età a una signora, perché la bellezza sfiorisce col tempo, ed è come se le chiedessi di valutare con sincerità l’immagine del suo corpo. Domanda indelicata, che ha bisogno di persone delicate per poterla fare.

Quando a vent’anni ti eri ripromesso che saresti diventato ricco, o usando un cipiglio aristocratico saresti diventato “facoltoso”, un qualcuno per gli altri, un qualcuno per te stesso, ma non è finita così. E siccome hai interpretato la vita come un gioco a somma zero, ti chiedi chi abbia controbilanciato la tua perdita con una vittoria.

Un mio amico non si è presentato alla sua stessa festa di compleanno. Si era ripromesso ben altro raggiunta una certa età. Non c’era nulla da festeggiare; e darsi alla macchia quando la tavola era già imbandita e gli invitati in posa da campeggio è stata una delle assenze più meste cui abbia mai assistito. Ci si può sentire spacciati a trent’anni, e trovarlo tanto doloroso quanto normale. 

L’età come una limitata serie di traguardi. Che se non raggiunti gettano sulla proverbiale candelina in più sulla torta, sulla notifica del profilo che oggi tocca proprio a te: quel colore incolore chiamato frustrazione.

Forse parte del declino della nostra cultura è il rapporto che abbiamo con il grande Moloch, la nostra età individuale, l’età collettiva di una parte di mondo. Sia ben chiaro che quasi nulla, nell’odierna cultura imperante della castrazione e della fuga, ci aiuta a sconfiggere il gigante o a farcelo amico. Nella nostra modesta dimensione nazionale, dopo l’età di apprendistato, e superati quindi i limiti di età, la ricerca di un lavoro singhiozza, si fa tortuosa, ci si arrischia tra larghe buche disseminate su strade in forte pendenza. Non è facile neppure per i più giovani. E per chi studia, basta laurearsi prima dei ventotto anni, se no si entra di dovere nell’età degli sfigati, o almeno così ha sentenziato un ex rappresentante delle istituzioni.

Questi sono solo esempi, più affini al nostro presente storico, che potremmo fare sulla difficoltà di avere un rapporto più sano con un altro giro di boa.

Come sbarazzarci di questa intimità insalubre con i nostri anni, allora? Quale patto di non belligeranza bisogna firmare al tavolo con la nostra età?

Iniziamo dalla più basilare constatazione astronomica.

Cosa ci può suggerire il moto di rivoluzione terrestre? È simile ad alcuni giochi di società, dove bisogna girare e passare dal via più volte. Il punto di partenza non è quindi un nascere, e neppure uno snervante ripetersi, ma è un lento riformarsi: è un’entrata in, preziosa in qualsiasi criterio astronomico o nelle formule energetiche dell’astrologia. Non si esce mai del tutto, eppure nuovamente si entra; così nelle caselle del Monopoli, così nella propria casa, così di anno in anno, in quel legame possibile di nuove aspettative che ha culla in una parola facile, logora e lasciata spesso a languire: inizio.

In una delle ultime interviste rilasciate da Carl Gustav Jung, il padre della psicologia del profondo spiega come l’inconscio non consideri affatto la morte, comportandosi come se la vita dovesse continuare. Jung si rese conto che se gli anziani guardavano al giorno seguente con attesa, e anche a quello dopo, come se avessero ancora secoli davanti a sé, reagendo così davanti alla fine come fa l’inconscio, vivevano più a lungo e più serenamente. Jung sostiene che questo è il modo giusto di vivere, perché si segue la parte più profonda della nostra natura, e quindi in conformità con essa, non inconsciamente, ma facendo propri i suoi orizzonti, che in parte non sono confinati nello spazio e nel tempo. Questo modo di esistere non nega la morte – non è un suo affronto bensì un confrontarsi con l’infinito – ma protegge la vita dalla sua pietrificazione.

Come spesso accade, cambiare il tutto si compendia nel cambiare il proprio sguardo. Il rapporto con la nostra età non fa eccezione.  Benché ci siano dei limiti che le regole impongono e che noi stessi ci siamo auto inflitti con il nostro fare concreto che atrofizza il reale, riscoprire in un altro anno che passa il moto di un pianeta intriso d’acqua e di terre emerse che alla velocità di 108mila chilometri orari, dopo 365 giorni, ritorna al suo punto di partenza, ed entra in una nuova fase attorno alla stella che lo riscalda, spero che vi possa dare una prospettiva diversa. E se a volte pensiamo che sia un ripetersi inutile o tedioso, un moto perenne e immutabile – quasi un’ingiustizia – ricordiamoci che è uno dei tasselli necessari che permette il perpetuarsi della vita. 

25 febbraio 2018

Il Contro-Loop

 

Loop: ‹lùup› s. ingl. (propr. «cappio»), usato in ital. al masch. – Nel linguaggio scientifico e tecnico, termine con cui si designano oggetti, strutture, programmi schematizzabili come linee chiuse o anelli; in elettrotecnica, l. di corrente, lo stesso che circuito chiuso. In informatica, successione di operazioni che vengono eseguite ripetutamente dal calcolatore nello stesso ordine, ogni volta con modifiche degli operandi, finché non sia soddisfatta qualche condizione prefissata.

L’altra sera ho parlato con un amico che si asterrà dal votare alle prossime elezioni del 4 marzo. A suo avviso, l’astensione è un inequivocabile segno di rottura e quindi un ficcante voto politico. Ormai da anni, lui non è più un uomo solo che grida nel deserto, ma una moltitudine che non si sente rappresentata, e spesso rimane in silenzio, al di fuori di quella cabina elettorale che ha assunto la forma di un feretro, di una cassa vuota.

Il voto attivo o di astensione è un diritto all’interno di alcune regole; la regina, tra queste, è che nelle elezioni politiche non serve raggiungere alcun quorum per convalidarne il risultato. Qualcuno vincerà e qualcuno perderà, anche se andremo a votare io, mia moglie e i condomini della palazzina a tre piani in cui vivo. Astenersi dal voto non ha un effetto tangibile, se non velocizzare la spoliazione delle schede, le immancabili discussioni nei salotti televisivi, gli editoriali sui giornali ecc… ecc…
Che fare, dunque?
Qui entrano in gioco proposte e speculazioni. Se i cittadini italiani non votano più, se la sinistra e la destra sono uguali, se alla fine rubano tutti, se intanto a che serve, se non m’interessa, se io sono un anarchico individualista, se la democrazia è come il capitalismo: entrerà in crisi per poi collassare sotto la sua stessa struttura, è facile intuire come la disaffezione alla politica non sia data da una bruciante consapevolezza maturata nel corso degli ultimi vent’anni, ma dall’incessante ripetersi di un loop.
La logica conseguenza, quindi, sarebbe di inserire un contro loop nel sistema. Fenomeni come il Movimento 5 Stelle ne sono una variazione. Un groviglio di forze attive che spingono alcuni (soprattutto i giovani) a tornare al voto, sebbene l’astensione sia ancora troppo alta.
Dunque, che fare?
Solo alcuni spunti:
1) Potrebbe essere il quorum, con i piccoli paradossi e i problemi connessi a questa formula. Gli astensionisti potrebbero invalidare il voto perché non si è raggiunta la soglia minima richiesta per renderlo effettivo. Ma in questo caso, sebbene il risultato cambi rispetto al sistema elettivo in uso, la forza degli astensionisti sarebbe sì dirompente ma ancora passiva.
2) Alcuni consigliano d’inserire una casella all’interno della scheda elettorale, dove vi sia scritto: NESSUNO DEI PARTITI PRESENTI. Qui il dissenso muta in un’energia più attiva. Un’energia che si scomoda, si alza, va all’interno di una cabina e dice la sua. Chi propone questa seconda via, non le consegna alcun effetto concreto sulla validità del voto. C’è sempre qualcuno che vince, e qualcuno che va all’opposizione. Barrando quella casella, a fine scrutinio, sapremmo chi ha smesso di votare per contrasto e disgusto, e chi per semplice disinteresse.
3) E se invece si formasse un partito degli astenuti? Viene già chiamato così da più parti. Una forza politica di un tale peso, che potrebbe innescare un contro loop nel sistema politico, perché come unico punto di programma avrebbe il seguente: Se vinciamo, torniamo alle elezioni. Sarebbe una forza pienamente attiva, con voce certificata in capitolo. Un forza politica con i suoi rappresentanti.
Si potrebbe obiettare che i costi per imbastire le votazioni, l’instabilità che porterebbe i mercati a non investire in Italia, le apprensioni di Bruxelles, e le mille ragioni razionali (ma solo per il sistema che le perpetua) siano punti validi da non prendere sotto gamba. Vero.
Ma fanno parte del loop, lo rinvigoriscono: sono utili allo status quo.

In una catena ininterrotta di elezioni sfumate, quali potrebbero essere le conseguenze? Il rasoio di Occam suggerisce la costrizione di nuovo governo tecnico o che i partiti, dovendo ritornare alla ribalta per sfoltire il numero degli astenuti, prometterebbero a ogni tornata una riduzione aggiuntiva delle tasse e manciate di nuovi benefici. Nulla di nuovo sotto le luci elettriche nell’emiciclo parlamentare. Da Christie’s, verrebbe allestita un’asta dove i quadri da vendere si chiamerebbero Fabio o Milena, pezzi pregiati di politico-indifferenti o politico-repellenti da riacquistare. Molti degli astenuti, sfiniti dalle continue tornate elettorali, cambierebbero casacca e voterebbero per arrestare il contro-loop da loro stessi creato. O potrebbe succedere che ormai, accompagnato da un numero sempre più crescente di iscritti e votanti ormai assuefatti, il contro-loop crei una maggiore disarmonia; il partito s’ingrandirebbe a dismisura, sfiorando cifre mai viste nella storia repubblicana.
E arrivati a quel punto?
I vecchi partiti, divenuti ancora più piccoli e goffi, chiederanno al Mostro di sedersi attorno a un tavolo. In quell’occasione, cosa potrebbbe succedere? Il buon senso consiglia che il partito degli astenuti, dopo aver stremato la democrazia parlamentare, abbia delle idee da illustrare agli avversari. O alla presunta pericolosità di mandare a monte la vita sociale di un paese, senza proporre o chiedere nulla, le altre forze in campo inizieranno a chiedere: che cosa volete da noi?

Se la politica è l’espressione di un interesse comune e se gli astenuti esprimono ritrosia o indifferenza per come questo coinvolgimento viene rappresentato, l’unica risposta è un nuova rappresentazione. E per quanto possa sembrare anacronistico l’assunto che non esiste una vera rappresentazione politica che non si nutra del futuro, un futuro che s’incendi con una Visione, che se condivisa dalla moltitudine non può fare altro che diventare un presente collettivo, è tornato il momento di sentirsene di nuovo attratti. Ogni spinta e creazione parte dalla consapevolezza del domani. Gli astenuti sembra che smettano di chiedere futuro alla comunità con il loro mutismo elettorale. Ma è veramente così? Di rado. Anche i più disillusi hanno bisogno di re-illudersi.

In ogni regime dittatoriale, il voto è una farsa, si sa. Bisogna mandare il messaggio di appoggiare il ras, ma la mano che guida la matita sulla scheda non appartiene a una libera e ragionata posizione: quella mano quindi non appartiene a un vero votante.
Il nuovo fascismo di oggi non è tanto la formazione di sacche di estrema destra sempre più folte, ma la pericolosa collisione che si cela dietro l’astensionismo. Se nei regimi, il non votante che vota lo fa spesso per paura di ritorsioni; nelle odierne democrazie occidentali, il non votante che non vota lo fa per disinteresse o voltastomaco. Questi due apparenti opposti sono simmetrici. Vi è solo una differenza: una dittatura può perpetuarsi, e preparare il terreno per la propria disfatta; una democrazia rappresentativa di non votanti può perpetuare la bugia che sia un regime indispensabile, e preparare il terreno per una nuova dittatura.

P.s.: Il partito degli astenuti votato dagli astenuti stessi è una contraddizione in termini, simile a un cervello che lavora quando il corpo riposa. Ma il nostro organo regio funziona così. Durante il sonno, il nostro cervello screma il sovrappiù, pulisce, riaggiusta, senza che ce ne accorgiamo. Gli astenuti dovrebbero incarnare questa funzionalità. Il loro lavorio dovrebbe formattare il troppo, l’inutile, il dannoso, in un sistema politico sazio e dormiente, che non se ne sta accorgendo. Tuttavia, perché gli effetti non solo siano visibili ma concreti, gli astenuti dovrebbero anche far spalancare gli occhi a quel corpo statico, perché si alzi, e scorga fuori dalla finestra le occasioni perse, e poco più in là, la distesa di tutte quelle ancora da cogliere.

30 novembre 2017

Marco

 

Marco spalanca gli occhi.

Lo stesso incubo. Ormai da mesi.

Siede ai bordi del letto, prende una sigaretta e l’accende. La porta finestra è aperta. Entra un refolo d’aria, quel tanto che basta da sbaragliare il moto ondulatorio e verticale del fumo per disperderlo.

L’ossatura centrale dell’incubo è sempre la stessa. Cambiano solo alcuni dettagli. I colori sono vivi, le voci anche. Le sensazioni fisiche sono acuite; una tempesta elettrica nel cervello che di solito la veglia riduce a una continua e intensa precipitazione.

Gli portano via i figli.

Le loro facce e i loro corpi, che ha vestito e tenuto sulle spalle, di cui conosce peso e misura; e che stavano nei palmi, poi tra le braccia, sulle spalle, e ora corrono, saltano, fanno capriole che a lui non riescono più.

Nell’incubo sono limpidi come nella realtà. Ci sono la carne, le ossa, i capelli castani del primo, quelli arruffati e corvini del secondo.

Ci sono i polsi. A lui sembra di stringerli, di tirarli a sé, come se afferrasse le corde di vele dispiegate. Ma non possono nulla: la contrazione dei muscoli, la disperazione, l’invincibile forza di un padre.

Tutto Inutile.

Gli altri sono irriconoscibili, invece. Sagome sfumate che si aggregano. Poco più alte di lui. Marco scalcia, sbava e urla mentre loro li portano via, senza però averne avvinghiate le spalle, le braccia, i polsi. La loro forza gravitazionale è la massa annacquata che si espande: l’indifferenza predatoria di un buco nero. Li trascinano senza toccarli. E lui spalanca gli occhi. Il cuore che sfracella in ogni arteria, vena, capillare. Una catena ripetuta di esplosioni.

Un martirio. Nel nome santo dell’incertezza.

Il catering. Lo hanno chiamato poche volte negli ultimi due mesi. Deve darsi una mossa. Ci sono anche le consegne in pizzeria: dovrebbero fargli sapere tra una settimana. Ci sarebbe la possibilità sia a pranzo che a cena. Salterebbero fuori una quarantina di euro al giorno. Non si fa tutto, certo, ma si fa molto con quella cifra. E il minestraio, gestito da uno che viene dal suo paese. Se alla fine di alcune preghiere masticate lo assume, dovrebbe occuparsi della cassa. Ma ha paura che l’attività non andrà avanti. Il proprietario non ha cura delle vetrine, i depliant sono ancora quelli della gestione precedente, con piatti che non vengono più serviti. Inoltre non lo pubblicizza; né i volantini, né una pagina su Facebook, né un sorriso quando entra un cliente.

Come può pretendere di andare avanti?

Prima le cose andavano bene. Marco, però, voleva crescere i figli da un’altra parte. S’immaginava meno storie, meno schifezze, meno caos, meno imposizioni, più possibilità. Una vita tranquilla, così pensava.

Tra poco arriva l’estate. I genitori di sua moglie porteranno i nipoti al mare. In loro assenza, hanno buttato giù un piano. Marco cercherà in tutti i ristoranti, anche in quelli di provincia. Lei farà lo stesso. O forse gli anni di ragioneria l’aiuteranno. Una piccola azienda a gestione familiare, un ufficio senza troppe pretese, una cassa al supermercato. Difficile, senza dubbio. Quasi nessuna esperienza. Non ricorda più neppure la teoria. Ma perché non tentare.

Un imprevisto.

Un piacevole imprevisto.

Ecco cosa sarebbe ottenere un posto da impiegata.

Prima di trasferirsi, Marco si era creato un lavoro nella nuova città. Sembrava sicuro, una certezza. O forse sono stato io a volermi convincere. Ma poi è fallito. C’avevo investito anche dei soldi, parte dei risparmi. Una piccola impresa; sempre nella ristorazione, il suo campo.

Ma perché non ha funzionato?

Io le vetrine le ho sempre pulite. Sorrido perché sono contento. I buoni commenti sulla bocca di tutti erano la mia pubblicità.

Adesso è inutile cercare di riaddormentarsi.

Finita la sigaretta, si metterà al computer per ricavare una giornata, o magari un weekend intero per qualche azienda di catering che sta cercando. Poi continuerà ad andare in giro per la città, in anticipo, sul piano che ha buttato giù con la moglie.

Come aveva sentito dire in quella trasmissione, un mese prima?

I sogni non sono mai premonizioni, ma cose già avvenute nella testa.

24 settembre 2017

L’ombrello

L’ombrello ha occhi arrossati e muti alla vista del cielo.
L’ombrello è un marinaio che osserva l’acqua per non farsi ingannare dal mare; un Navy SAEL in gonnella: in prima linea contro la deflagrazione delle nuvole o lo stillicidio del sole battente.

Nell’accademia degli ombrelli, l’addestramento è il più duro che si annoveri tra accessori e vettovaglie.
Settimane intere capovolti su una gamba a testa in giù, all’interno di un contenitore chiamato ‘portaombrelli’ dai superiori, gli arcigni attaccapanni, che vogliono spezzare le reni ai cadetti facendoli sentire delle mere cianfrusaglie. «E tu? Vorresti essere un ombrello? Con quel manico mingherlino? Sei un fucile mancato! Un moncherino smanicato! Un manicotto sminchiato!».
Ma il cadetto conosce il loro intento: vogliono spronarlo con offese da smargiassi per farlo crescere in temerarietà, come se dovesse affrontare una torma di monsoni in sella a una mano chiusa; lui, avvolto nel suo piumaggio sintetico da pavone, pronto con un click a scattare come il paracadute – il Geronimo dell’aria – per sfidare e contrastare l’insolenza delle piogge: «Provateci, vigliacche! Ma ricordate: dopo di me, c’è solo l’asciutto!».

L’accademia degli ombrelli è solo per un ferro che non si spezza; ma è anche opportuno che non si pieghi.
Lo afferrano come un bastone; la nuca schiacciata contro il selciato, come se fosse il vezzo da passeggio di un signorotto in bretelle. Ma l’ombrello resiste, e nei rari momenti in cui si trova da solo, coperto da un cappuccio, per temprare il suo coraggio in notte di rovesci senza luna, lubrifica le sue bacchette da ragno metallurgico, e si ripete che le folate non lo scoperchieranno.
Questa, tra i cadetti, è la vergogna più temuta: quando assieme agli altri allievi – il manico e l’asta sommersi nel fango – per giorni interi sopportano le intemperie, dispiegati come giubbotti di kevlar cercando di ammortizzare le sberle del vento. Ma appena qualcuno di loro non ce la fa, estenuato di raccogliere aria maligna che gli vortica sotto gli spicchi, questi si sollevano come gonnelle. E i superiori, per umiliarlo e temprare così la sua fermezza, iniziano con il macabro sfottò da camerata: «Venite a vedere chi abbiamo qui! Un’ombrellina! Venite a vedere com’è diventata rossa! C’è la Marylin della pioggia, il Merlino delle docce, il Mercury goccia a goccia».

E così si forgia un ombrello, in un addestramento considerato ai limiti sia dalle teglie da forno che dalle zanzariere.

Lui: l’unico scudo che non si addestra per difendere, ma solo per essere colpito.

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