Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

E intanto la triste verità era che non tutti potevano essere straordinari, non tutti pote...

Jonathan Franzen, Le Correzioni

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 Gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverete racconti e poesie che non fanno parte ancora di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon, articoli e rubriche* che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

Francesco Montori

 

*(Animali e oggetti, Aspettando un lavoro, Migranti, Vignette storiche)

30 Giugno 2020

Il Giallo: l’omaggio di un detective

Articolo scritto per Narra-Tour.com

«Qualcuno gli aveva sparato alle spalle con un fucile, anticipando di una settimana l’inizio della stagione di caccia. La vittima, un abitante della vallata, faceva parte come molti altri di una specie protetta: l’uomo. A rigor di logica, quindi, l’assassino doveva essere un bracconiere. Coprirono il corpo con un telo. L’ispettore Salis vide una poiana avvolta nel suo piumaggio maculato, che lo osservava da un ramo con i suoi occhi rapaci…».

Chiudiamo il libro, ora, e accendiamo la luce.

Potete aiutarmi a scoprire chi sia il mandante di quest’ultimo crimine? Sul mio taccuino ho disegnato il volto di un possibile sospetto: capelli scarmigliati su una fronte alta, labbra sottili su cui poggiano dei baffetti radi, occhi distanti, acquosi, lo sguardo di un uomo immerso nelle sue colpe. Come l’ispettore Salis, ho bisogno anch’io d’indizi da seguire, di prove da collezionare, e in ultimo di certezze, di quelle, o di qualcosa che assomigli loro. Voglio scoprire chi è il colpevole di questo lungo cammino di morti letterarie. Voglio stanare il genio che ha dato vita al romanzo poliziesco, un genere che mi arrossa gli occhi fino a farli sanguinare, sotto lampadine accese di notte che bruciano dalla tensione.

Chi sono io? Una delle vittime di quel genio: un lettore feroce e insonne, che vuole arrivare ai Caini sparsi in milioni di pagine, che vuole nutrirsi dei trucchi, delle trame e delle motivazioni. Se anche voi siete come me, soffrite come soffro io, o avete appena iniziato o finito un nuovo Giallo, il nome del sottoscritto è anche il vostro.

Allora iniziamo, Detective!

Seguiamo le tracce che ci porteranno ad ammanettare il padre indiscusso del “crime”.

Milano. Sede centrale della Mondadori. Ore 10:17.

Non c’è luogo migliore da dove iniziare, qui: in un’Italia indolente e assolata. Non penserete che il termine “Giallo” sia usato anche negli altri paesi, vero? Ma è nella casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori che, nel 1929, iniziò quella lunga saga di delitti cartacei risolti, rilegati da una copertina gialla, e fu quell’impronta grafica a imporre il nome al genere. “I Gialli Mondadori” è una collana composta da migliaia di titoli, per milioni di aspiranti investigatori. Guardate nelle vostre librerie, negli scatoloni in cantina o in garage, e ne troverete almeno uno. Per molti anni, centinaia di nuove uscite hanno inondato uno Stivale che avvolgeva una gamba esangue: abbattuta a colpi di scena.

Ma tornando a noi…

Ho interrogato chiunque. Domande agli editor, ai correttori di bozze, ho chiamato a raccolta i consulenti editoriali, ma niente. Risposte aleatorie, silenzi, una diffidenza mascherata da una cortesia posticcia. Qualcuno ha fatto il nome di Camilleri. Volevano depistarmi, sciocchi! Da Porto Empedocle al resto del mondo, tutti sanno che lo scrittore siciliano è il padre nobile di un Commissario, un certo Montalbano: persona sanguigna, decisa e scaltra.

Ma prima di uscire dall’edificio di Segrate, si è avvicinata una donna stretta in un tailleur bianco, di cui avevo notato lo sguardo incerto davanti alla macchinetta del caffè: “Vada a Londra», mi ha detto, con la voce tremante e gli occhi spiritati di un animale notturno: «Al 221B di Baker Street. Lì, scoprirà qualcosa che l’aiuterà nelle sue indagini».

Non ho ancora nulla in mano. Questo è un fatto. Ma il suo invito, non so per quale ragione, ha assunto la forma di una chiave, inglese: un’arma da copione per un omicidio passionale.

Il mio intuito punta verso Nord.

Siete pronti, detective?

Let’s go!

Londra, 24 ore dopo.

Arthur, Conan, Doyle, uno e trino. Non capisco se quella donna ha cercato di incastrarti, o di gettare un po’ di fango sulla tua figura austera. Quando decidesti di collocare l’appartamento di Sherlock Holmes a Baker Street, quella via arrivava solo al numero 85. Lo facesti per non importunare nessun cittadino londinese, la tua intenzione aveva un merito; ma dagli anni trenta, il comune aveva stabilito un nuovo ordine ai numeri civici, aggiungendone altri; e tuttora c’è una buchetta delle lettere che si riempie di omaggi provenienti da tutto il mondo: parole di stima rivolte al detective più famoso nella storia del poliziesco. Davanti al 221B di Baker Street, sede del museo su Sherlock Holmes, con la famosa targa blu che capeggia sul muro, mi chiedo che cosa io speri di trovare. Non è qui che si nasconde l’uomo che sto cercando: l’iniziatore, le mani che per prime si sporcarono d’inchiostro giallo. Sono molto vicino, ma non sei tu, Sir Conan Doyle.

Dovrei forse andare dai parenti di una certa Agatha Christie? Vi dicono qualcosa il nome Hercule Poirot e Miss Murple? O dovrei oltrepassare la Manica per raggiungere le coste del Belgio? So che lì nacque un uomo straordinario, un grafomane, Georges Simenon, dicono che riuscisse a scrivere una media di ottanta pagine al giorno. Il suo commissario Maigret ha risolto un numero sterminato di casi. Ma questo Simenon era uno scrittore troppo giovane. Le date non corrispondono. Non può essere lui.

Una chiamata: “Segui la lingua e troverai chi stiamo cercando. Sei solo nel paese sbagliato. Ti ho comprato un biglietto per domani. Il sogno e il delitto americano, amico mio. E tu andrai in cerca del secondo».

Westminster Burial Ground. Baltimora.

I casi non si risolvono grazie agli sforzi di una persona sola, c’è sempre una narrativa condivisa che sorregge anche quelli veri, soprattutto quelli. Tu non sei colui che li scrive, tu ne sei scritto.

Dopo aver ricevuto la chiamata del cliente che mi ha commissionato il caso – un lettore vorace anch’esso, con più mezzi di quanto ne abbia io, ma meno propenso a mischiarsi nel fango – la nostra ricerca, detective, ci ha portati davanti a questa tomba. Ogni cosa che accade trova ristoro sotto due metri di terra, all’interno di un archivio, o su uno scaffale impolverato di una libreria in ombra.

Sei tu l’antesignano, il corvo sulla tua lapide tiene a distanza i curiosi: Edgar Allan Poe, avrei dovuto capirlo da tempo. Sul mio taccuino c’è un volto che assomiglia al tuo. Una persona che ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto: la propria immagine riflessa, l’immagine di un uomo qualunque, senza i falsi orpelli della luce ad addolcirla.

Chi viene trovato riverso in una strada, delirante, con indosso abiti non suoi, mentre prega Dio di salvargli l’anima, pochi giorni prima di morire nel 1849, non può essere che lui: il colpevole che stavamo cercando.

“I delitti della via Morgue” è il racconto che può essere considerato il capostipite del poliziesco.

Uno strato di terra ci separa dal poterti consegnare alla giustizia di poveri condannati a un genere letterario che miete più vittime dell’alcol e della pazzia.

Sì, la follia, Edgar, quella di cui ti hanno sempre accusato in vita.

«Mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ha potuto ancora stabilire se la pazzia sia o non sia la più elevata forma d’intelligenza, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non derivi da una malattia del pensiero, da umori esaltati della mente a spese dell’intelletto in generale.»

E così sia.

Detective, il caso è chiuso.

27 Maggio 2020

A posteriori, un ippopotamo

Un’immagine vale più di 1000 parole? Sì, se una persona non è capace di esprimersi o di capirle. Delitto di lesa maestà verso quella fetta di popolazione che viene ingiustamente descritta come analfabeta funzionale? No, almeno non da parte mia. Sua maestà è la gentilezza, il resto è decoro, etichetta e diademi di dubbio gusto. C’è poco da ridere o da lamentarsi – una noia mortale, insomma -, ma nulla di cui essere meravigliati. Nella nostra società convergono diverse “crazie”, una di queste è il sigillo odierno che le racchiude: l’iconocrazia, il potere dell’immagine. Con il collettivo Dogon, attraverso il racconto orale avevamo cercato di mettere in risalto le parole in quanto tali: un suono con senso e significato, che tintinna nella bocca di qualcuno e brinda nelle orecchie di che le ascolta.

Ok, mi dicono di parlare come mangio. Da qui in poi lo farò. Sono un divoratore di cioccolata al latte con nocciole, quindi userò parole zuccherate, parole mammellari e fruttuose, ricche di vitamine E. La domanda è semplice: capisci o no? Un’immagine è diretta, non richiede chissà quale sforzo di comprensione. Ergo, se t’inietti immagini su uno schermo dalla mattina alla sera, l’espressione da ebete che si svilupperà orizzontalmente sul tuo viso non sarà causata solo dall’estrema botta momentanea, ma anche dai danni neuronali irreversibili. Sei passivo e appassisci, in tutti i sensi.

Giochetto da fare insieme, ora. Alza lo sguardo e fissa quello che hai davanti agli occhi. Pronto? Bene. Adesso prova a immaginare quello che stai fissando. Ci riesci? Io credo di no. Perché? Perché il cervello va in tilt, non può sdoppiare uno stimolo che proviene dallo stesso senso. L’immagine è coercitiva, è “bullica” (questa parola mi è venuta così e la lascio, mi scuserete). Un’immagine è il fondo schiena di un ippopotamo che ti chiede di insaponargli le natiche perché lui non ci arriva, mentre fate il bagnetto insieme nella vasca. L’immagine è diretta e insopprimibile: per quanto assurda, appacificante e piacevole possa essere. Ti dice “guardami”, perché è la tua vista a essere sua maestà.

Ok, ora facciamo un altro giochetto. Immagina di essere in piedi su una passerella di legno in riva a un lago -sulla sponda opposta inizia un bosco di betulle – il sole sta calando, non è visibile al tuo sguardo: è un anello stretto al dito dell’orizzonte – il lago in superficie è un giacimento aurifero, ma è solo grazie al riflesso dei colori caldi e appannati del tramonto – l’atmosfera è tiepida – il vento è leggero e carezzevole – ti volti, con l’aria trasognata – e davanti a te c’è il solenne fondo schiena di un ippopotamo che inizi a grattare perché poverino lui non ci arriva – in tutto questo indossi una mascherina, ovviamente, ma non per contrastare il Corona virus.
Ecco, se hai capito il breve testo e sei riuscito a immaginarne gli elementi che lo compongono (a parte le betulle, quelle vigliacche), hai di nuovo fatto esperienza di cosa sia la lettura e il racconto orale.

“Dacci una sola differenza con le immagini!”, mi chiede un gruppetto di analfabeti funzionali lì dabbasso. Certo! Aprite la cambusa perché adesso arriva il cibo. Affinano la nostra immaginazione e il nostro potere creativo, e quindi la facoltà di unire i tasselli, di risolvere problemi sempre più complessi, di rinnovare le nostre giornate e di innovare quelle degli altri; nei giorni buoni potreste anche diventare il punto d’incontro delle energie che danzano nell’universo (esagerato? “melius est abundare quam deficere”).
La lettura e il racconto orale non hanno cornici, e quindi confini; la nostra mente va sempre al di là di ciò che legge e ascolta. È un atto d’amore condiviso, coinvolgente. Diventi tu stesso co-autore di chi ha scritto quelle parole o ha dato loro espressività attorno a un fuoco, davanti a una birra, o su un palco; anzi, tu completi la loro opera, in qualche modo la espandi. Un racconto non ti chiede mai di fermarti al punto. … … …

Secondo me ne vale la pena, no?

17 Aprile 2020

Barbara

(Dall’Italia a Tulum)

Barbara si sta riscaldando per la prossima lezione di Yoga.

Riscaldarsi non è solo preparare il corpo perché sia flessibile e resistente come un arco, ma le permette di trovare la concentrazione giusta, di indossarla come un Sari.

Uttanasana, la posizione d’intenso allungamento, la parte posteriore del corpo completamente distesa, la parte anteriore che sfiora le gambe, le mani attorno alle caviglie, la testa rasente sul materassino, il respiro che guida i movimenti.

Asana, il Saluto al Sole, dodici posizioni dove a ogni apertura del corpo corrisponde un’inspirazione, e un’espirazione a ogni chiusura. Anche il Mar dei Caraibi segue lo stesso movimento, mentre Tulum guarda l’orizzonte dall’alto delle sue scogliere, e trattiene il suo respiro nelle antiche rovine della civiltà Maya.

Numerosi turisti frequentano le sue lezioni; non mancano neppure i messicani del posto. Lei usa ancora l’inglese, ma sta imparando in fretta lo spagnolo. Lo Yoga le ha permesso in un primo momento di fuggire da una vita che le iniettava più ansia nel corpo di quanto le permettesse di respirare regolarmente, così: usando il diaframma, espandendo prima l’addome e poi i polmoni ed espirando dalla bocca.

Aveva preso quel poco che le serviva ed era volata a Goa, in India, per fare un corso abilitante all’insegnamento, secondo i criteri dello Yoga Alliance. Tre settimane intense.  Due ore di pratica la mattina, due ore il pomeriggio, affiancate dallo studio dell’anatomia e della filosofia di questa disciplina millenaria. Nel corso c’erano una ventina di persone provenienti da tutto il mondo. A turno, ognuno doveva insegnare una posizione agli altri. Niente di più difficile.

Un giorno, mentre erano tutti in piedi, le gambe divaricate e le braccia distese con un blocco di legno tra le mani – una posizione difficile da mantenere anche solo per pochi minuti – il maestro aveva detto alla classe: “Non guardate in alto perché significa guardare il futuro, non guardate in basso perché significa guardare il passato, ma guardate davanti a voi, alle vostre mani, al blocco che reggono, perché questo significa restare nel presente”, e lei era scoppiata a piangere, con una tale foga e una tale disperazione da lasciarla senza forze per continuare. Come le successe mesi dopo, stipata in una corriera con un centinaio di persone durante la stagione indiana dei matrimoni. Stava andando a uno di essi, invitata da un suo collega con cui aveva lavorato in un ristorante a Goa. Dopo una breve odissea era riuscita a prendere una corriera stracolma di persone, agghindate a festa, di ritorno nei rispettivi villaggi; ma il loro peso e il peso del loro entusiasmo avevano fatto sì che una ruota si bucasse. Lei era seduta con altre due donne su due sedili, e ognuna di loro aveva in braccio un bambino da accudire: il suo, non curante del pandemonio di cui era spettatore, continuava a mangiare fagioli e cipolle da una sacchetto di plastica. Barbara era scoppiata in lacrime, un pianto non meno disperato di quello fatto nell’ashram mesi prima durante la lezione, solo molto più silenzioso, un pianto muto, discreto, nella baraonda non se n’era accorto nessuno. Era crollata perché impotente, perché non aveva polso sulla realtà, non poteva cambiarla. Tutto tornava, quindi.  Tornava la fuga dall’Italia, l’India e poi l’Indonesia e infine il Messico. Tornava lo Yoga, in passato un escamotage per scappare, e ora un lavoro dal quale non vuole fuggire.

Ciò che insegna ogni vera pratica spirituale è l’accettazione del qui e ora, di ciò che non puoi cambiare, ma di farne esperienza, totalmente, come unico momento di vita disponibile: essere bloccata nelle campagne indiane su una corriera, dove non c’era spazio nemmeno per un grumo d’aria, era quindi un buon inizio per esercitarsi.

Da quando si allenava sui tetti per fare pratica dopo la fine del corso, a quando, sola, nelle camere comuni degli ostelli dove pernottava, stendeva il suo materassino per allenarsi, le settimane sono diventate mesi, e i mesi sono diventati più di un anno, e ora gli allievi stanno per entrare in classe. Adesso è pronta per accoglierli e cominciare la lezione.

La porta si apre.

Loro entrano.

Namasté.

Iniziamo, ora, con alcuni respiri profondi.

10 Marzo 2020

Lo Squalo

Lo squalo è il punk incattivito degli oceani.

Fuck la barriera corallina! e Poseidone salva la balena! furono i primi slogan disperati di una generazione di giovani squali, che non potevano più soffrire l’irritante spensieratezza dei delfini o la vita piccolo borghese dei pesci farfalla. In loro dominava il senso dell’oltraggio, alimentato da un costante senso del rifiuto. Come vi sentireste voi, benpensanti, se l’etimo del vostro nome significasse ruvido e aspro in latino, la lingua dei padri, o addirittura nero, tenebroso e brutto in sanscrito, la lingua degli dèi? Fino ad arrivare al razzismo più becero e avvilente, con i termini germanici – guarda caso, no? – tra cui vile e cattivo? Era ora di ribellarsi, di far tremare l’acqua dei mari con pinne pettorali taglienti, occhi truccati da pazzo squilibrato, da enorme bambola assassina, da Joker dei sette mari, dotato di denti simili a cocci di bottiglia conficcati sulla vetta di un muro.

Fanculo ai pesci martello metallari, che fanno casino ma poi firmano con le major per avere più pesci; mute! orche assassine buone solo a farsi male e a fare del male senza una direzione e una strategia; good bye piovra gigante, modello giovanile, tu che eri leggenda, dove sei? Nessuno di noi ti ha mai visto? Quando avevamo bisogno di una guida, ti hanno trovato gli uomini in qualche libro di fantascienza ottocentesca, mentre noi ci siamo cavati gli occhi per cercarti negli abissi senza luce.

Ci piace il sangue? A chi non piace? Solo che noi non siamo ipocriti e lo diciamo. Siamo aggressivi? Beh pesciolini miei, così non ci scassate le pinne. Tuttavia, vostro malgrado, vi daremo fastidio comunque. Setacceremo le vostre paure e le raccoglieremo assieme alle montagne di plastica che stiamo accumulando da decenni, per rispedirvele con gli sfiatatoi delle balene da dove sono venute. E faremo tutto questo prima che la nostra ribellione diventi di moda.

E adesso aprite le orecchie, sardine! Che i vostri timpani si frantumino al grido:

Poseidon, save the whale!

Our gracious whale!

Our noble whale!    

28 Gennaio 2020

I promessi sposi?

 

Nomen omen. Il nome è un presagio.

Preferisco questa traduzione a quella più comune e conosciuta: un nome un destino. Destino è una parola enfatica, tronfia, che deresponsabilizza; mentre presagio è più a misura d’uomo, qualcosa su cui non si può avere pieno controllo, ma che bisbiglia un possibile margine d’influenza sul nostro futuro. E sebbene abbia una connotazione negativa, il presagio ci avverte: è la premura di Cassandra, a noi la libertà di ascoltarla o farla tacere.

I nostri nomi sono un segno d’individuazione. Hanno un’importanza oggettiva nel rapporto con gli altri e con noi stessi. Non sorprende come molte dittature abbiano cambiato e marginalizzato i nomi propri delle persone a loro sottomesse. Un Nome, pronunciato nel momento giusto, ha una tale forza evocativa da poter instillare il germe della rivoluzione anche nei cuori più stanchi. Immaginate se ne fossimo sprovvisti, se ci chiamassimo tutti in modo eguale, se solo un numero ci differenziasse: come nel regime cambogiano di Pol Pot, dove gli appartenenti al partito comunista dei Khmer rossi si facevano chiamare Fratello numero 1, Fratello numero 2, Fratello numero 3, e così via, in un mare di spersonalizzazione color rame.

Il nostro nome potrebbe essere usato come titolo per le nostre vite, e questo ci porta al titolo di un libro, alla nostra biografia, e più in generale ai titoli dei libri.

Quale importanza rivestono e come dovrebbero essere scelti?

Ne stavo parlando la settimana scorsa con un amico. Secondo lui i titoli dei libri “servono” e non devono “aiutare” per forza. Servono a invogliare una persona a prendere un libro in mano per sfogliarlo, e non devono aiutarlo a capire il riassunto costipato della storia che forse (compreremo) leggeremo, perché è buona creanza fare così. Il titolo dovrebbe essere un abile consiglio per gli acquisti. Deve incuriosire, attrarre, far sorgere una domanda e accendere la scintilla di un’emozione. Il titolo è parte integrante del prodotto (argh!): la foto su Instagram ritoccata abilmente con photoshop. Sono d’accordo – immagino che un editore lo sarebbe – ma senza che diventi l’unica scelta possibile.

Abbiamo iniziato a prendere in esame alcuni titoli di libri che abbiamo letto entrambi. Io stavo per finire Le Correzioni di Jonathan Franzen. Abbiamo convenuto che dal punto di vista pubblicitario il titolo fosse scadente; aveva a che fare con la polpa di cui era composta la trama, ma senza essere né specifico né affilato, benché il libro in sé si avvicini a un capolavoro di stile.

I promessi sposi, ad esempio, è un titolo che non serve, ma che aiuta a fare uno schizzo su chi siano i protagonisti principali, stessa cosa vale per I fratelli Karamazov. Mentre Pastorale americana di Philip Roth (malgrado solo un americano possa valutarne veramente l’efficacia), non serve, in base alle indicazioni del mio amico, e non aiuta, secondo le indicazioni generali.

Il valore indiscutibile di questi libri ci dice quanto il titolo non sia così fondamentale rispetto al contenuto che racchiude. Stiamo parlando di scrittori con cui si vince a mani basse: regalano una nuova esperienza, una profondità, il senso del compiuto, del compiuto a dovere.

Mi chiedo se dietro a un titolo incisivo si possa nascondere una storia scialba, scritta male.

E i titoli che servono come buone esche, invece? Mi vengono in mente L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (che alcuni potrebbero trovare troppo pretenzioso, ma mai come La condizione umana di Malraux, libro di grande formazione per chiunque voglia scrivere) e Musica per organi caldi di Bukowski (titolo originale: Hot water music), benché quest’ultima sia una raccolta di racconti, tra cui ve ne sono di buoni e di scadenti.

Su Diario di una ninfomane, il mio amico esulterebbe: serve, aiuta e visto l’argomento di forte tradizione consumistica, è difficile che nessuno dia una sbirciata di soppiatto alle sue pagine. Anche Uomini che odiano le donne, perché sia nel suo servire sia nel suo aiutare è lapidario, richiama in maniera violenta la piaga del femminicidio e ha la stessa forma acuminata della lama di uno psicopatico. Il titolo del libro di Stieg Larsson svetta su quelli sciapi e animaleschi di Jo Nesbo: Il pipistrello, Scarafaggi, Il pettirosso e Il leopardo, sebbene entrambi gli scrittori abbiano venduto milioni di copie e siano considerati tra i maggiori rappresentati contemporanei del romanzo poliziesco.

Ignoro se nelle scuole di scrittura ci sia un corso specifico sulla scelta del titolo da dare a un libro, vista l’importanza che riveste nella scelta di cosa leggere per molti lettori. Oltre alle proprie produzioni in classe, l’insegnante potrebbe invitare gli studenti a rititolare un’opera conosciuta. «Bene, Manzoni ha un vuoto di memoria. Non si ricorda il nome del romanzo che lo ha consacrato nell’invidiabile piano didattico delle scuole italiane. Voi avete sempre pensato che “I promessi sposi” sia un titolo debole, quasi sciocco, e adesso avete l’occasione per suggerirne uno nuovo ad Alessandro. Scordatevi Fermo e Lucia. Avete dieci minuti».

Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che il titolo è il nome del libro. Infatti, spesso noi chiediamo: come si chiama l’ultimo libro che hai letto?

Forse, nel campo della letteratura, dovremmo dare più credito alle locuzioni dei latini, sopratutto nel campo dell’onomastica. Nello scegliere il nome di un libro dovremmo concentrarci sulla necessità di un presagio, farne la nostra regola aurea. Senza che sia didascalico e innocuo.

Deve essere un titolo che faccia presagire il meglio. Ciò che ognuno di noi cerca.

Rispetto ai promessi sposi, cosa ne pensate de L’amore ai tempi della peste? Già visto, dite? Un plagio camuffato male? Sono d’accordo.

E La provvidenza ti chiamerà per nome?

In tutta onestà, a me non dispiace.

Made by OSOM