E intanto la triste verità era che non tutti potevano essere straordinari, non tutti pote...

Jonathan Franzen, Le Correzioni

È difficile spiegare - in quel gioco delle sedie - perché alla fine si fossero fermati l...

Zadie Smith, NW

Non avrebbe saputo spiegarla, era una pena che superava il suo livello d'istruzione

Céline, Viaggio al termine della notte

Spetta all'individuo, e al gruppo di individui, trasformare il brutto in bello

Tom Hodgkinson, La libertà come stile di vita

Scrivere significa riscrivere

Albert Camus

Ogni disordine è disordine controllato, trapunto d'intervalli riservati alla vendita di a...

L'animale morente, Philip Roth

I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte

Ode al gatto, Pablo Neruda

“Si erano scavati una tana, dove poter leggere scrivere ed esercitarsi…”

4 Gennaio 2017

Giusto due parole…

Questo sito nasce come vetrina per i miei lavori. 

Tuttavia, da subito si è imposta la volontà di farne un luogo di partecipazione: la pagina Esercizi ne è il risultato.

Nella sezione Materiale, troverete racconti e poesie che non fanno parte ancora di nessuna raccolta.

Nella Home, invece, pubblicherò ogni nuova produzione Dogon, articoli e rubriche* che riterrò validi per un’unica finalità: la genesi di storie, attraverso le numerose facce del poliedro narrativo.

Spero che tutto ciò vi incuriosisca

Francesco Montori

 

*(Animali e oggetti, Aspettando un lavoro, Migranti, Vignette storiche)

1 Novembre 2020

La Fatascienza: un omaggio dal Futuro

Un altro modo per parlare dei generi letterari che danno tono e forma alle nostre letture

Vi prego di seguirmi tra le vie nebulose di questo immenso Lunapark.
Dove? Nel futuro.
Quando? Ovunque desideriate.
Spazio e Tempo si confondono, se la matrice in cui convergono è l’infinito; non rimane altro che giocare con loro, quindi, come se fossero incastri tra le mani di un bambino ingegnoso.
Questo parco giochi dovrebbe avere un nome diverso, lo ammetto. Gli antichi puntavano alla Luna; con i loro mezzi rudimentali raggiungerla fu già un risultato impressionante. Ma noi – Noi – esseri materiali ed evanescenti, dotati di un senso dell’umorismo cosmico, e di una percezione del reale talmete ludica che nulla ci annoia perché siamo costantemente immersi in un processo creativo: dall’assemblaggio di nuovi pianeti, alla manutezione di quelli anziani, dall’istruire e cullare civiltà in fasce, fino alla costruzione di questa nuova attrattiva dal sapore vintage, nel nostro… Galacticpark… ecco!… seguitemi… e attenti a non smarrirvi.

Dovete sapere che nei tempi antichi esisteva una tradizione letteraria chiamata fantascienza. Forse qualcuno fra voi ne sarà già edotto. Era la volontà di descrivere la vita su possibili mondi futuri. Cosa avrebbero scoperto gli umani? come sarebbero vissuti? Come si sarebbero trasformati? Quali sarebbero state le sfide da affrontare? La risposta a queste domande poteva creare una sequenza sterminata di scenari possibili. Quelli che un tempo venivano chiamati scrittori e che noi oggi chiameremmo “Architetti di Strutture Tangibili”, dopo aver scelto uno di questi scenari, vi ambientavano le loro storie. E appena gireremo alla seconda curva iperbolica sulla nostra sinistra, capirete a cosa questo breve preambolo sia servito.

Basta, vi prego! Troppi scatti alla luce stellare mi arrossano gli occhi. Ecco, qui davanti a voi s’impone l’omaggio a quegli antenati che si ostinavano a scrivere a mano, a battere a macchina, sui tasti di un computer, o utilizzavano le onde cerebrali per ammucchiare parole, che diventavano enunciati, paragrafi, capitoli e libri di fantascienza. Che il nome non vi tragga in inganno, però! Dallo stupore, la nostra specie è passata presto alla familiarità: ciò che era rubricato come una scienza fantastica per intrattenere i lettori ci dimostrò che il preludio del futuro era intrinsicamente legato alla fantasia del presente. Abbiamo dato un nome a questa legge migliaia di anni fa: Il Flusso Akwardiano. Gli scrittori antichi vedevano in parte nel futuro, su questo non vi è più nessun dubbio. La storia passata ci ha mostrato quanto le loro intuizioni viaggiasero sui ponti del Flusso, di cui ancora oggi ignoriamo diversi meccanismi. Qui, nel Galacticpark, abbiamo voluto rendere loro omaggio, immagiando qualcosa che non esisteva ancora.
Ecco a voi, spettatori del Multiverso, la F.O.N.T.E.
Ci aspettiamo grandi cose da questa attrazione; un ritorno sugli investimenti da lasciare a bocca asciutta il buco nero al centro dell’Universo Pandora.

Non abbiate fretta, per favore! La risposta è solo una domanda spogliata del suo punto interrogativo.
Come funziona la F.O.N.T.E.? Volete saperlo?
Abbiamo preso le opere di ogni scrittore di fantascienza vissuto sul pianeta Terra e nelle antiche colonie lunari e del pianeta Marte, prima del loro abbandono. Da ogni storia, abbiamo creato una realtà parallela che ne ricalcasse la struttura, inserendo tutti gli elementi che la formavano. Abbiamo testato la tangibilità di questi nuovi mondi, la loro vivibilità per la nostra specie, creando uno sfasamento temporale attraverso il noto Oniraculum: cosicchè un giorno intero equivalga a soli 10 secondi rispetto alla nostra traiettoria temporale.

Una volta entrati, potrete scegliere di essere edotti su tutte le loro opere, in dettaglio o in generale, attraverso una trasfusione istantanea, o di non sapere nulla, se preferite il mistero.

Nel primo caso, una volta che sarete venuti a conoscenza di ogni dettaglio di uno scrittore, per esempio, di Isaac Asimov, potrete decidere di entrare nel mondo tangibile descritto nella sua trilogia della Fondazione, se vi aggrada: per vivere e fare esperienza di quella realtà, per capire se vi piace o se ne siete all’altezza. Saprete cosa vi aspetta, o almeno, non sarete del tutto impreparati.
Nel secondo caso, conoscerete gli argomenti da lui maggiormente trattati come, ad esempio, i robot e l’intelligenza artificiale, i titoli dei suoi libri e, per usare una parola antica, la sinossi: un breve riassunto della loro trama. Potrete, in seguito, decidere in quale realtà entrare. Più sorprese rispetto alla prima offerta, e più spazio alla vostra intraprendenza.
Nel caso in cui non vogliate sapere nulla, invece, il vostro grado di sorpresa sarà pari a un livello interstellare. Vi troverete, per un puro gioco del caso, in uno dei mondi creati da quella pletora di uomini e donne antichi, che bramavano una presa diretta sul futuro.
Ogni giro durerà al massimo 5 minuti qui da noi, ovvero, 30 giorni in quelle realtà tangibili. Vuoi sarete estranei in una dimensione che non vi ha concepiti. Quei mondi saranno per voi una terra straniera, e fino a quando sperimenterete solo le innumerevoli e sottili sottotrame che popolono quelle realtà parallele – senza voler intervenire sulla trama principale – continuerete a essere trattati con indifferenza.

Ora, prima che le stelle lascino spazio alla materia di Lambert, un’ultima caratteristica spaziale.
Lasciatemi riordinare le mie sembianze e la mia voce.

Sono pronto!
Avrete la possibilità di unire, se lo vorrete, gli elementi cari a uno scrittore, i suoi mondi, con quelli di un altro, o di tanti altri. Un’altra struttura verrà creata immediatamente, allineando le vostre scelte in un insieme tangibile. Ad esempio, nella struttura basata sul romanzo Ubik di un tale, Philip K. Dick, potrete sì utilizzare l’energizzante bomboletta spray, ma anche vedere le navi dei Superni, descritte da Arthus C. Clark, sostare in attesa sopra le città della Terra, o chiacchiere con uno psicostorico frustrato, perché non riesce a predire il futuro della società umana.
I possibili itrecci sono infiniti, i possibili mondi da vivere inimmaginabili.
Potete lasciare che sia la F.O.N.T.E a decidere per voi quali elementi unire senza che ne siate edotti.
Un mondo che s’intreccia con le regole di un altro in un sistema in equilibrio.
E magari da queste combinazioni, un giorno, qualcuno fra voi potrà entrare a contatto con il Flusso e intuire cosa ci aspetti in un futuro remoto, se ancora di futuro, nella nostra epoca, si può parlare.
Avrete 30 giorni o 5 minuti di tempo.
Dopo aver pagato il biglietto alla cassa, siete pregati di accomodarvi all’interno della F.O.N.T.E., per dedicarvi all’avventura e alla scoperta.

Chi vuole essere il primo?

23 Agosto 2020

Il Rosa: l’omaggio di due innamorati

Articolo scritto per Narra-Tour.com

Un altro modo per parlare dei generi letterari che danno tono e forma alle nostre letture

Non avevo nessuna ragione per credere che non mi amasse. Eravamo giovani. Io ero appena uscita da una relazione tossica. Capivo poco, sentivo troppo; e avevo molta paura. Da ragazzi idealizziamo gli altri. Più in là negli anni, idealizziamo la nostra disillusione. La necessità rimane quella di avere tra le braccia un feticcio. Lui aveva iniziato a corteggiare la dolcezza che vedeva in me. O almeno così mi ha sempre detto. Forse ha scambiato la dolcezza per timore. Idealizziamo spesso anche ciò che ha bisogno di essere difeso. La verità è che conoscevo le sue intenzioni ben prima che lui trovasse il coraggio di manifestarle. Io ero invischiata in quel rapporto. Sapevo cosa doveva finire; meno quello che avrebbe dovuto iniziare dopo. Il mio timore era incertezza. Comunque non facendo nulla, lo avevo fatto mio. Perché precipitarsi, quando potevo camminare.

(sorride)

Il sorriso dei vincitori. Non posso dire che fossi perdutamente innamorato di lei. Mi veniva spesso in mente, questo sì. Era bella (gli dà una gomitata leggera sul braccio). Lo è ancora, naturalmente. Una bellezza che ho idealizzato. Una bellezza molto vicina alla mia idea di femminilità. Insomma, ero molto preso da quello che vedevo. Ad essere onesto, non c’era molto da sentire. Lei stava sempre in silenzio.

Ascoltavo.

Lo facevi benissimo.

Tu parlavi molto.

Dovevo compensare il tuo mutismo.

“E poi cosa successe?”
(si guardano. Continuerà lei.)

Io ho troncato di netto il mio rapporto con il ragazzo che avevo. (Indica l’uomo seduto al suo fianco). Lui invece mi ha portato in cima a un burrone. Ci credi? Ci andava con gli amici da ragazzino. Il suo ideale scenografico. Lì per lì l’ho trovato divertente. Bastava non avvicinarsi troppo al ciglio del dirupo. Ci siamo seduti sul granito. Non era così scomodo. Ha iniziato a parlare. Non la smetteva più. Dicono che sia una prerogativa di noi donne, giusto? (sorride). Sapevo dove voleva arrivare? Non posso nascondere che dentro di me non sospettassi nulla. Ma ignoravo che il suo desiderio più che di mesi si era costruito negli anni. Ricordo bene che mi guardava e non mi guardava negli occhi. La visiera del cappello glieli copriva quando abbassava il mento, per guardarsi i lacci delle scarpe.

Mi era difficile accettare l’avanzata della mia calvizie. Volevo coprirla. Ero giovane ed era ingiusto.

Sai, per loro perdere i capelli è un’ingiustizia. Per noi la cellulite rimane ancora una colpa.

“E poi cos’è successo sul burrone?”

Ci siamo baciati. Bastano due labbra e un po’ di saliva per firmare un contratto. Da lì a sei mesi abbiamo vissuto un periodo di assoluto disinteresse per tutto il resto. Eravamo gli unici a sorvolare il mondo. Anzi, non lo abitavamo affatto. Ma come in tutte le storie d’amore che si rispettino, è arrivato l’antagonista. Il mio ex è riapparso. Era solo in attesa. Mi ero completamente dimenticata di lui. Lo avrà sentito. Certe persone avvertono quando il flusso di energia che le ha tenute in piedi s’interrompe. Ed ecco che arriva l’inevitabile: la punizione. Telefonate su telefonate. Messaggi su messaggi. Fino a qui potrebbero sembrare gli scambi di una coppia agli inizi, quando tutto non è mai troppo. E si vuole condividere qualsiasi cosa, anche quando si è distanti. Aggiungiamo però altri due dettagli: m’inseguiva e lo abbiamo visto aggirarsi attorno a casa mia un paio di volte.
Ora non sembrano più le ridondanti attenzioni di due innamorati. Ora il fastidio e la preoccupazione si erano trasformati in paura. Ero sul punto di denunciarlo. Prima però ho deciso di coinvolgere un amico che avevamo in comune. Lo conosceva abbastanza per compatirlo. Mi conosceva abbastanza per compatire anche me. Se una persona cerca di farti sentire insignificante per tenerti dove vuole, il favore più grande che puoi farle è iniziare a credere che abbia ragione. Ed è più facile crederci quando il messaggio è ripetuto di frequente, con sfumature diverse: occhiate, frasi, gesti. Non bisogna aprire le proprie orecchie a chi ti vuole chiudere gli occhi. Ma sai, con il senno di poi, saremmo già tutti maturi a cinque anni. L’ambasciata di quest’amico non aveva portato però i risultati sperati. Se vuoi, aveva scatenato il suo esatto opposto, esasperando la situazione: il mio ex si era perso ancor di più, e quindi era diventato più deciso.

“Cos’è successo, allora?”

Quello che succede spesso in una situazione del genere: lo scontro.
(lo guarda)

Io non ne potevo più, mi ero incattivito. Alla prima spinta, gli ho urlato di andarsene. Alla seconda spinta, gli ho intimato di non farsi più vedere. Alla terza spinta, dopo averci guardato come se fossimo noi i colpevoli della sua stupidità, se ne è andato via e da quel momento è scomparso. Ai codardi occorre imbattersi in un po’ di coraggio perché si dissolvano.

“Ma poi voi due vi siete lasciati…giusto?”

(sorridono)

Tu vuoi farci spifferare tutto! Ma questo è un altro capitolo per un altro momento. Ogni storia è una storia d’amore, anche quando sembra che non ce ne sia affatto. E sai perché piace così tanto ascoltarle, leggerle, e soprattutto viverle, quando si ha coraggio? Perché la nostra memoria storica è più vivida quando ricercata e impressa nei nostri amori. Per molte persone avere una sola storia importante può giustificare il passato. Fino a quando non rimarrà ben poco da vivere, e quell’unica storia potrà giustificare, allora, anche una vita intera.

30 Giugno 2020

Il Giallo: l’omaggio di un detective

Articolo scritto per Narra-Tour.com

Un altro modo per descrivere i generi letterari che danno tono e forma alle nostre letture

«Qualcuno gli aveva sparato alle spalle con un fucile, anticipando di una settimana l’inizio della stagione di caccia. La vittima, un abitante della vallata, faceva parte come molti altri di una specie protetta: l’uomo. A rigor di logica, quindi, l’assassino doveva essere un bracconiere. Coprirono il corpo con un telo. L’ispettore Salis vide una poiana avvolta nel suo piumaggio maculato, che lo osservava da un ramo con i suoi occhi rapaci…».

Chiudiamo il libro, ora, e accendiamo la luce.

Potete aiutarmi a scoprire chi sia il mandante di quest’ultimo crimine? Sul mio taccuino ho disegnato il volto di un possibile sospetto: capelli scarmigliati su una fronte alta, labbra sottili su cui poggiano dei baffetti radi, occhi distanti, acquosi, lo sguardo di un uomo immerso nelle sue colpe. Come l’ispettore Salis, ho bisogno anch’io d’indizi da seguire, di prove da collezionare, e in ultimo di certezze, di quelle, o di qualcosa che assomigli loro. Voglio scoprire chi è il colpevole di questo lungo cammino di morti letterarie. Voglio stanare il genio che ha dato vita al romanzo poliziesco, un genere che mi arrossa gli occhi fino a farli sanguinare, sotto lampadine accese di notte che bruciano dalla tensione.

Chi sono io? Una delle vittime di quel genio: un lettore feroce e insonne, che vuole arrivare ai Caini sparsi in milioni di pagine, che vuole nutrirsi dei trucchi, delle trame e delle motivazioni. Se anche voi siete come me, soffrite come soffro io, o avete appena iniziato o finito un nuovo Giallo, il nome del sottoscritto è anche il vostro.

Allora iniziamo, Detective!

Seguiamo le tracce che ci porteranno ad ammanettare il padre indiscusso del “crime”.

Milano. Sede centrale della Mondadori. Ore 10:17.

Non c’è luogo migliore da dove iniziare, qui: in un’Italia indolente e assolata. Non penserete che il termine “Giallo” sia usato anche negli altri paesi, vero? Ma è nella casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori che, nel 1929, iniziò quella lunga saga di delitti cartacei risolti, rilegati da una copertina gialla, e fu quell’impronta grafica a imporre il nome al genere. “I Gialli Mondadori” è una collana composta da migliaia di titoli, per milioni di aspiranti investigatori. Guardate nelle vostre librerie, negli scatoloni in cantina o in garage, e ne troverete almeno uno. Per molti anni, centinaia di nuove uscite hanno inondato uno Stivale che avvolgeva una gamba esangue: abbattuta a colpi di scena.

Ma tornando a noi…

Ho interrogato chiunque. Domande agli editor, ai correttori di bozze, ho chiamato a raccolta i consulenti editoriali, ma niente. Risposte aleatorie, silenzi, una diffidenza mascherata da una cortesia posticcia. Qualcuno ha fatto il nome di Camilleri. Volevano depistarmi, sciocchi! Da Porto Empedocle al resto del mondo, tutti sanno che lo scrittore siciliano è il padre nobile di un Commissario, un certo Montalbano: persona sanguigna, decisa e scaltra.

Ma prima di uscire dall’edificio di Segrate, si è avvicinata una donna stretta in un tailleur bianco, di cui avevo notato lo sguardo incerto davanti alla macchinetta del caffè: “Vada a Londra», mi ha detto, con la voce tremante e gli occhi spiritati di un animale notturno: «Al 221B di Baker Street. Lì, scoprirà qualcosa che l’aiuterà nelle sue indagini».

Non ho ancora nulla in mano. Questo è un fatto. Ma il suo invito, non so per quale ragione, ha assunto la forma di una chiave, inglese: un’arma da copione per un omicidio passionale.

Il mio intuito punta verso Nord.

Siete pronti, detective?

Let’s go!

Londra, 24 ore dopo.

Arthur, Conan, Doyle, uno e trino. Non capisco se quella donna ha cercato di incastrarti, o di gettare un po’ di fango sulla tua figura austera. Quando decidesti di collocare l’appartamento di Sherlock Holmes a Baker Street, quella via arrivava solo al numero 85. Lo facesti per non importunare nessun cittadino londinese, la tua intenzione aveva un merito; ma dagli anni trenta, il comune aveva stabilito un nuovo ordine ai numeri civici, aggiungendone altri; e tuttora c’è una buchetta delle lettere che si riempie di omaggi provenienti da tutto il mondo: parole di stima rivolte al detective più famoso nella storia del poliziesco. Davanti al 221B di Baker Street, sede del museo su Sherlock Holmes, con la famosa targa blu che capeggia sul muro, mi chiedo che cosa io speri di trovare. Non è qui che si nasconde l’uomo che sto cercando: l’iniziatore, le mani che per prime si sporcarono d’inchiostro giallo. Sono molto vicino, ma non sei tu, Sir Conan Doyle.

Dovrei forse andare dai parenti di una certa Agatha Christie? Vi dicono qualcosa il nome Hercule Poirot e Miss Murple? O dovrei oltrepassare la Manica per raggiungere le coste del Belgio? So che lì nacque un uomo straordinario, un grafomane, Georges Simenon, dicono che riuscisse a scrivere una media di ottanta pagine al giorno. Il suo commissario Maigret ha risolto un numero sterminato di casi. Ma questo Simenon era uno scrittore troppo giovane. Le date non corrispondono. Non può essere lui.

Una chiamata: “Segui la lingua e troverai chi stiamo cercando. Sei solo nel paese sbagliato. Ti ho comprato un biglietto per domani. Il sogno e il delitto americano, amico mio. E tu andrai in cerca del secondo».

Westminster Burial Ground. Baltimora.

I casi non si risolvono grazie agli sforzi di una persona sola, c’è sempre una narrativa condivisa che sorregge anche quelli veri, soprattutto quelli. Tu non sei colui che li scrive, tu ne sei scritto.

Dopo aver ricevuto la chiamata del cliente che mi ha commissionato il caso – un lettore vorace anch’esso, con più mezzi di quanto ne abbia io, ma meno propenso a mischiarsi nel fango – la nostra ricerca, detective, ci ha portati davanti a questa tomba. Ogni cosa che accade trova ristoro sotto due metri di terra, all’interno di un archivio, o su uno scaffale impolverato di una libreria in ombra.

Sei tu l’antesignano, il corvo sulla tua lapide tiene a distanza i curiosi: Edgar Allan Poe, avrei dovuto capirlo da tempo. Sul mio taccuino c’è un volto che assomiglia al tuo. Una persona che ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto: la propria immagine riflessa, l’immagine di un uomo qualunque, senza i falsi orpelli della luce ad addolcirla.

Chi viene trovato riverso in una strada, delirante, con indosso abiti non suoi, mentre prega Dio di salvargli l’anima, pochi giorni prima di morire nel 1849, non può essere che lui: il colpevole che stavamo cercando.

“I delitti della via Morgue” è il racconto che può essere considerato il capostipite del poliziesco.

Uno strato di terra ci separa dal poterti consegnare alla giustizia di poveri condannati a un genere letterario che miete più vittime dell’alcol e della pazzia.

Sì, la follia, Edgar, quella di cui ti hanno sempre accusato in vita.

«Mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ha potuto ancora stabilire se la pazzia sia o non sia la più elevata forma d’intelligenza, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non derivi da una malattia del pensiero, da umori esaltati della mente a spese dell’intelletto in generale.»

E così sia.

Detective, il caso è chiuso.

27 Maggio 2020

A posteriori, un ippopotamo

Un’immagine vale più di 1000 parole? Sì, se una persona non è capace di esprimersi o di capirle. Delitto di lesa maestà verso quella fetta di popolazione che viene ingiustamente descritta come analfabeta funzionale? No, almeno non da parte mia. Sua maestà è la gentilezza, il resto è decoro, etichetta e diademi di dubbio gusto. C’è poco da ridere o da lamentarsi – una noia mortale, insomma -, ma nulla di cui essere meravigliati. Nella nostra società convergono diverse “crazie”, una di queste è il sigillo odierno che le racchiude: l’iconocrazia, il potere dell’immagine. Con il collettivo Dogon, attraverso il racconto orale avevamo cercato di mettere in risalto le parole in quanto tali: un suono con senso e significato, che tintinna nella bocca di qualcuno e brinda nelle orecchie di che le ascolta.

Ok, mi dicono di parlare come mangio. Da qui in poi lo farò. Sono un divoratore di cioccolata al latte con nocciole, quindi userò parole zuccherate, parole mammellari e fruttuose, ricche di vitamine E. La domanda è semplice: capisci o no? Un’immagine è diretta, non richiede chissà quale sforzo di comprensione. Ergo, se t’inietti immagini su uno schermo dalla mattina alla sera, l’espressione da ebete che si svilupperà orizzontalmente sul tuo viso non sarà causata solo dall’estrema botta momentanea, ma anche dai danni neuronali irreversibili. Sei passivo e appassisci, in tutti i sensi.

Giochetto da fare insieme, ora. Alza lo sguardo e fissa quello che hai davanti agli occhi. Pronto? Bene. Adesso prova a immaginare quello che stai fissando. Ci riesci? Io credo di no. Perché? Perché il cervello va in tilt, non può sdoppiare uno stimolo che proviene dallo stesso senso. L’immagine è coercitiva, è “bullica” (questa parola mi è venuta così e la lascio, mi scuserete). Un’immagine è il fondo schiena di un ippopotamo che ti chiede di insaponargli le natiche perché lui non ci arriva, mentre fate il bagnetto insieme nella vasca. L’immagine è diretta e insopprimibile: per quanto assurda, appacificante e piacevole possa essere. Ti dice “guardami”, perché è la tua vista a essere sua maestà.

Ok, ora facciamo un altro giochetto. Immagina di essere in piedi su una passerella di legno in riva a un lago -sulla sponda opposta inizia un bosco di betulle – il sole sta calando, non è visibile al tuo sguardo: è un anello stretto al dito dell’orizzonte – il lago in superficie è un giacimento aurifero, ma è solo grazie al riflesso dei colori caldi e appannati del tramonto – l’atmosfera è tiepida – il vento è leggero e carezzevole – ti volti, con l’aria trasognata – e davanti a te c’è il solenne fondo schiena di un ippopotamo che inizi a grattare perché poverino lui non ci arriva – in tutto questo indossi una mascherina, ovviamente, ma non per contrastare il Corona virus.
Ecco, se hai capito il breve testo e sei riuscito a immaginarne gli elementi che lo compongono (a parte le betulle, quelle vigliacche), hai di nuovo fatto esperienza di cosa sia la lettura e il racconto orale.

“Dacci una sola differenza con le immagini!”, mi chiede un gruppetto di analfabeti funzionali lì dabbasso. Certo! Aprite la cambusa perché adesso arriva il cibo. Affinano la nostra immaginazione e il nostro potere creativo, e quindi la facoltà di unire i tasselli, di risolvere problemi sempre più complessi, di rinnovare le nostre giornate e di innovare quelle degli altri; nei giorni buoni potreste anche diventare il punto d’incontro delle energie che danzano nell’universo (esagerato? “melius est abundare quam deficere”).
La lettura e il racconto orale non hanno cornici, e quindi confini; la nostra mente va sempre al di là di ciò che legge e ascolta. È un atto d’amore condiviso, coinvolgente. Diventi tu stesso co-autore di chi ha scritto quelle parole o ha dato loro espressività attorno a un fuoco, davanti a una birra, o su un palco; anzi, tu completi la loro opera, in qualche modo la espandi. Un racconto non ti chiede mai di fermarti al punto. … … …

Secondo me ne vale la pena, no?

17 Aprile 2020

Barbara

(Dall’Italia a Tulum)

Barbara si sta riscaldando per la prossima lezione di Yoga.

Riscaldarsi non è solo preparare il corpo perché sia flessibile e resistente come un arco, ma le permette di trovare la concentrazione giusta, di indossarla come un Sari.

Uttanasana, la posizione d’intenso allungamento, la parte posteriore del corpo completamente distesa, la parte anteriore che sfiora le gambe, le mani attorno alle caviglie, la testa rasente sul materassino, il respiro che guida i movimenti.

Asana, il Saluto al Sole, dodici posizioni dove a ogni apertura del corpo corrisponde un’inspirazione, e un’espirazione a ogni chiusura. Anche il Mar dei Caraibi segue lo stesso movimento, mentre Tulum guarda l’orizzonte dall’alto delle sue scogliere, e trattiene il suo respiro nelle antiche rovine della civiltà Maya.

Numerosi turisti frequentano le sue lezioni; non mancano neppure i messicani del posto. Lei usa ancora l’inglese, ma sta imparando in fretta lo spagnolo. Lo Yoga le ha permesso in un primo momento di fuggire da una vita che le iniettava più ansia nel corpo di quanto le permettesse di respirare regolarmente, così: usando il diaframma, espandendo prima l’addome e poi i polmoni ed espirando dalla bocca.

Aveva preso quel poco che le serviva ed era volata a Goa, in India, per fare un corso abilitante all’insegnamento, secondo i criteri dello Yoga Alliance. Tre settimane intense.  Due ore di pratica la mattina, due ore il pomeriggio, affiancate dallo studio dell’anatomia e della filosofia di questa disciplina millenaria. Nel corso c’erano una ventina di persone provenienti da tutto il mondo. A turno, ognuno doveva insegnare una posizione agli altri. Niente di più difficile.

Un giorno, mentre erano tutti in piedi, le gambe divaricate e le braccia distese con un blocco di legno tra le mani – una posizione difficile da mantenere anche solo per pochi minuti – il maestro aveva detto alla classe: “Non guardate in alto perché significa guardare il futuro, non guardate in basso perché significa guardare il passato, ma guardate davanti a voi, alle vostre mani, al blocco che reggono, perché questo significa restare nel presente”, e lei era scoppiata a piangere, con una tale foga e una tale disperazione da lasciarla senza forze per continuare. Come le successe mesi dopo, stipata in una corriera con un centinaio di persone durante la stagione indiana dei matrimoni. Stava andando a uno di essi, invitata da un suo collega con cui aveva lavorato in un ristorante a Goa. Dopo una breve odissea era riuscita a prendere una corriera stracolma di persone, agghindate a festa, di ritorno nei rispettivi villaggi; ma il loro peso e il peso del loro entusiasmo avevano fatto sì che una ruota si bucasse. Lei era seduta con altre due donne su due sedili, e ognuna di loro aveva in braccio un bambino da accudire: il suo, non curante del pandemonio di cui era spettatore, continuava a mangiare fagioli e cipolle da una sacchetto di plastica. Barbara era scoppiata in lacrime, un pianto non meno disperato di quello fatto nell’ashram mesi prima durante la lezione, solo molto più silenzioso, un pianto muto, discreto, nella baraonda non se n’era accorto nessuno. Era crollata perché impotente, perché non aveva polso sulla realtà, non poteva cambiarla. Tutto tornava, quindi.  Tornava la fuga dall’Italia, l’India e poi l’Indonesia e infine il Messico. Tornava lo Yoga, in passato un escamotage per scappare, e ora un lavoro dal quale non vuole fuggire.

Ciò che insegna ogni vera pratica spirituale è l’accettazione del qui e ora, di ciò che non puoi cambiare, ma di farne esperienza, totalmente, come unico momento di vita disponibile: essere bloccata nelle campagne indiane su una corriera, dove non c’era spazio nemmeno per un grumo d’aria, era quindi un buon inizio per esercitarsi.

Da quando si allenava sui tetti per fare pratica dopo la fine del corso, a quando, sola, nelle camere comuni degli ostelli dove pernottava, stendeva il suo materassino per allenarsi, le settimane sono diventate mesi, e i mesi sono diventati più di un anno, e ora gli allievi stanno per entrare in classe. Adesso è pronta per accoglierli e cominciare la lezione.

La porta si apre.

Loro entrano.

Namasté.

Iniziamo, ora, con alcuni respiri profondi.

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